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La globalizzazione e il virus

February 25, 2020

Cultura, Economia, Politica

(free) – di Andrew Spannaus -

La storia dell’umanità è costellata di epidemie e pestilenze che hanno decimato la popolazione in diverse aree della terra. Da circa un secolo e mezzo le misure di sanità pubblica e i progressi della scienza medica hanno ridotto in modo significativo – ma non eliminato – gli effetti delle malattie infettive, in alcuni casi riuscendo anche a trovare cure e sradicarle quasi del tutto. Ora, però, con il nuovo coronavirus arrivato dalla Cina, anche la nostra epoca sta conoscendo un periodo di paura e pericolo che molte civiltà hanno vissuto in passato.

I successi del ‘900 hanno creato un senso di sicurezza nei paesi più sviluppati, che ora viene messo in discussione. Se piaghe come la malaria e l’ebola affliggono le zone più povere del mondo, rimangono praticamente assenti in Europa e negli Stati Uniti. Ma con la comparsa del virus Covid-19 nel mondo interconnesso dalla globalizzazione, l’idea che il problema potesse rimanere confinato all’Asia non era realistica. Certo, la popolazione asiatica sembra soffrire di più da questo virus, ma l’alto livello di contagiosità e il lungo periodo di incubazione sono caratteristiche che rendono molto difficile fermare la diffusione anche in Occidente.

E’ particolare osservare la reazione di politici e dell’opinione politica a questa crisi. Non sorprende che alcuni personaggi fuori dal mainstream avanzano teorie su come il virus sarebbe stato creato in laboratorio, o affermano che sia tutta una messa in scena per raggiungere scopi di controllo politico, o per danneggiare il presidente Trump, per esempio. Ma fa specie veder anche persone che normalmente difendono una visione “istituzionalista” reagire in modo sprezzante contro chi invoca azioni forti per contrastare la diffusione del virus, evidentemente cadendo vittime della propria ideologia politica. Così il ministro della Salute Roberto Speranza accusava i governatori leghisti di “fomentare panico e intolleranza” quando chiedevano la quarantena per chi arrivava dalla Cina, come se il virus avesse dei diritti da rispettare.

E’ stato dato molto spazio anche all’affermazione della prof.ssa Maria Rita Gismondo, direttore di microbiologia clinica e virologia all’ospedale Sacco di Milano, quando ha detto che “si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale”. Il messaggio sembra essere che non bisogna preoccuparsi troppo; chi chiede misure drastiche fa propaganda invece di affidarsi ai tecnici competenti.

Dunque c’è una parziale inversione dei ruoli: i difensori del sistema sminuiscono i pericoli, mentre i populisti addottano la posizione più “responsabile”.

Ogni esperto è convinto di dire la verità, naturalmente, ed è comprensibile non voler scatenare il panico. Ma colpisce la volontà di contraddire alcuni aspetti evidenti della situazione attuale. Mentre è riconosciuto da tutti che nella maggior parte dei casi questo virus non crea gravi problemi di salute, le sue caratteristiche particolari lo rendono chiaramente un pericolo serio: in circa il 5% dei casi crea problemi a livello polmonare tali da richiedere il ricovero in rianimazione, e in qualche caso porta al decesso anche di persone senza altre patologie. Se milioni di persone dovessero contrarre il coronavirus, come succede con l’influenza normale, significherebbe dover accogliere centinaia di migliaia di pazienti nei riparti di rianimazione, cosa impossibile per il sistema sanitario. A quel punto il rischio di morti evitabili aumenterebbe, come anche il panico e le conseguenze sociali. Ad oggi parlare di mortalità dell’1-2% sembra poco, ma se si traduce sui grandi numeri gli effetti diventano molto seri.

Forse è già troppo tardi per fermare la diffusione del virus in Italia, ma un tentativo di rallentarlo va fatto, perché è evidente che il paese non è pronto ad affrontare un’epidemia ampia, anche se buona parte delle persone non subirebbero conseguenze gravi.

Per quanto riguardano gli effetti politici, la prima constatazione è che il virus rappresenta un duro colpo per il modello economico attuale. Le nostre economie sono intrecciate in modo impressionante, e quanto succede in Cina – grande difensore della globalizzazione in questo periodo – non può essere limitato nei suoi effetti. Basti pensare alla dipendenza di molti paesi dai principi attivi farmaceutici provenienti dalla Cina. L’America importa oltre il 90% degli antibiotici!

Negli Stati Uniti si ragiona sui contraccolpi per la Cina, e si critica anche la chiusura e la segretezza del regime. E il ministro del Commercio Wilbur Ross prevede che alcune industrie ripenseranno la loro presenza in Asia.

Le epidemie mettono a nudo le nostre vulnerabilità. Oltre agli effetti a breve termine, questa situazione potrebbe contribuire al ripensamento già in atto sull’economia e la sicurezza in un mondo globale.

- Newsletter Transatlantico N. 6-2020

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