EU Commission

Il bluff del Recovery Fund

June 12, 2020

Economia, Politica

(free) – di Andrew Spannaus -

451 miliardi di euro di contributi a fondo perduto per affrontare la crisi economica e sanitaria del Covid-19. Questi, insieme ad altri 250 miliardi di prestiti, indicherebbero il grande passo in avanti dell’Unione europea verso la responsabilità economica comune. L’evoluzione della proposta Merkel-Macron viene festeggiata dagli europeisti – e contrastata dai paesi cosiddetti “frugali” – nella speranza che rappresenti davvero il momento in cui l’integrazione raggiunga il punto di non ritorno, l’inizio di una condivisione effettiva delle scelte politiche e di bilancio, e quindi la costruzione di un’unione sostanziale.

Ci sono, però, numerosi caveat da considerare, tali da porre la domanda se questi nuovi programmi forniranno davvero uno stimolo positivo all’integrazione europea, oppure se rafforzeranno dei problemi strutturali già esistenti, e quindi contribuiranno ad accentuare le tensioni entro pochi anni. Il primo riguarda l’effettiva cifra che riceveranno i paesi, visto che è improprio parlare di contributi “a fondo perduto”, come se arrivassero dal nulla. Sono soldi che andranno nel bilancio europeo, e che dovranno essere rimborsati da ogni paese in base alla propria percentuale del Pil europeo.

Secondo i calcoli della Commissione Europea, per l’Italia questo significa che di fronte alla cifra sbandierata dai politici di 153 miliardi, l’Italia pagherà 96,3 miliardi di contributi, con il risultato netto di 56,7 miliardi di aiuti. Una somma non da ignorare, ma ben lontana dalla massiccia infusione di risorse che servirebbe per affrontare la crisi economica più grave da quasi un secolo.

E’ giusto notare che l’intera cifra sarà anticipata, quindi per la porzione di 96 miliardi si sta di fatto prendendo in prestito dei fondi al tasso vantaggioso che può ottenere l’Ue sul mercato delle obbligazioni. Però non mancano gli obblighi: l’Italia e gli altri paesi dovranno presentare un piano dimostrando come spenderanno i soldi, e saranno soggetti alla necessità di effettuare “riforme strutturali”. Uno dei punti di cui si parla è il miglioramento dei tempi della giustizia civile, un obiettivo molto importante per l’Italia; ma per chi crede che la Commissione abbandonerà le sue richieste di aggiustamento del bilancio sul modello utilizzato negli ultimi anni, ho un ponte da venderti. E questo piano riguarderà la somma intera, non netta. Quindi di fatto l’Italia chiede all’Ue il permesso di spendere i propri soldi, in cambio di qualche miliardo di interessi risparmiati.

C’è un altro elemento da considerare, che riguarda l’opinione pubblica di paesi come la Germania e l’Olanda, dove c’è sempre stata molto resistenza all’idea dei trasferimenti verso altri paesi. Finora è stata raccontata sostanzialmente una bugia a queste popolazioni, cioè che loro stanno pagando per l’Italia. Oltre al fatto che l’Italia è un contributore netto al bilancio Ue, e in anni recenti anche in misura maggiore dei paesi frugali come ha fatto notare il Ministro degli Affari Europei Vincenzo Amendola, in alcuni casi sono stati proprio gli altri a salvare i paesi più “responsabili”. Per il salvataggio della Grecia, paesi come l’Italia hanno contribuito con soldi che sono andati a salvare le banche tedesche e francesi, piuttosto che ai greci.

Sulla base di quanto è stato raccontato negli ultimi anni si può anche capire la resistenza a pagare per gli altri; la sfida fino a questo punto è stata di spiegare la verità. Ma ora in base al Recovery Fund i paesi frugali effettivamente trasferiranno risorse ad altri: nei conteggi la Germania risulta contributore netto per 133 miliardi, e i Paesi Bassi per 31 miliardi. Ora sì che potranno esigere l’austerità in futuro.

L’alternativa sarebbe di cambiare la struttura ordoliberista dell’Unione europea, che vieta un intervento efficace per rilanciare veramente l’economia. Negli Stati Uniti, nel Giappone e nel Regno Unito le banche centrali monetizzano il debito pubblico, cioè acquistano i titoli di stato direttamente, e non solo gli interessi pagati dallo stato vengono resi allo stesso, ma nessuno pensa di ripagare quel debito nei prossimi anni. Manca ancora la formalizzazione di questo meccanismo, e si potrebbe andare anche oltre, cambiando il modo di creare moneta per non accumulare debito pubblico, ma in Europa un intervento simile è vietato dai trattati, e anche l’acquisto dei titoli di stato sul mercato secondario viene contestato dai tedeschi, come si è visto con la recente decisione della Corte di Karlsruhe. L’insufficienza formale e anche sostanziale dell’intervento europeo fa pensare che questo momento potrebbe anche rivelarsi un boomerang per le istituzioni Ue, piuttosto che un grande salto in avanti.

- Newsletter Transatlantico N. 17-2020

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