Kerch Azov

Stretto di Kerch: il solito copione

December 4, 2018

Strategia

(free) - di Andrew Spannaus -

Lo scontro tra la Russia e l’Ucraina al punto di passaggio tra il Mar Nero e il Mar d’Azov, lo Stretto di Kerch, ha dato il via ad una serie di azioni e dichiarazioni nella regione e tra i governi occidentali, in risposta alla presunta nuova aggressione russa. Purtroppo la situazione era prevedibile – Transatlantico ne ha anticipato il pericolo nella newsletter n. 31 del 25.9.2018 – e segue il copione che caratterizza il conflitto ucraino dal 2014: per contrastare la presenza russa si prendono delle azioni mirate sapendo che il paese di Putin reagirà in modo pesante, per poi invocare un’azione esterna che modifichi lo status quo.

In questo caso le tensioni stavano crescendo da mesi. Già dalla primavera la Russia ha cominciato ad aumentare il monitoraggio della zona, con ispezioni che hanno rallentato il traffico commerciale; a Kiev si è invocato l’intervento della Nato per scortare le navi ucraine e mettere Putin alla prova. A maggio la Russia ha aperto il nuovo ponte tra il suo territorio di Krasnodar e la Crimea, inaugurato da Putin stesso. Dall’Ucraina e anche da Washington alcune voci proposero addirittura di fare esplodere il ponte.

Per quanto riguarda la navigazione, il trattato in vigore dal 2003 stabilisce l’obbligo di notificare in anticipo i russi ad ogni passaggio attraverso le acque sotto la loro competenza. Negli ultimi mesi questa procedura è stata seguita, e secondo i russi ci sono prove che il 25 novembre invece c’è stata una decisione cosciente di tentare di passare lo Stretto senza avvisare. Quando si sono avvicinate tre navi la Russia ha bloccato subito il passaggio con una grande nave e poi ha speronato e bloccato i mezzi ucraini. Un fattore potrebbe essere la convinzione – vera o meno – che le navi portassero degli esplosivi con l’intenzione di abbattere il ponte.

A parte la volontà di potenziare la propria presenza nella zona per contrastare il dominio russo, è evidente che il presidente ucraino Petro Poroshenko voleva utilizzare l’incidente a fini interni. Sono in programma tra pochi mesi le elezioni e Poroshenko è molto impopolare. Il presidente ha subito chiesto l’imposizione della legge marziale, ventilando il rischio di un riaccendersi della guerra, una conclusione un po’ forte da raggiungere sulla base di uno scontro che coinvolge tre navi nello Stretto. Molti temono che Poroshenko intenda utilizzare misure di emergenza per rimandare le elezioni; per questo l’annuncio della legge marziale in tutto il paese per due o tre mesi è stato contrastato dai partiti di maggioranza a Kiev e anche da Yulia Tymoshenko, candidata alle prossime elezioni in grande vantaggio nei sondaggi.

Il voto del 28 novembre nel parlamento ucraino, la Suprema Rada, non ha dato al presidente tutto ciò che voleva: la legge marziale viene imposta solo sulle regioni confinanti con la Russia e il Mar Nero, per un periodo di 30 giorni. Inoltre si conferma il voto del 31 marzo 2019, seppur permangono dubbi sulle intenzioni di Poroshenko. In ogni caso l’imposizione della legge marziale nelle regioni anti-Kiev come il Donetsk presenta un chiaro rischio di aumento della conflittualità a breve. I poteri del governo diventano praticamente assoluti, una mossa non tentata nemmeno durante la fase calda del 2014.

Si sono alzate subito molte voci a Washington nel tentativo di indirizzare la reazione del presidente Trump, che aveva in programma un incontro con Putin al G20 di Buenos Aires per il 1 dicembre. Dapprima Trump aveva dichiarato “Non mi piace quello che succede da entrambe le parti”. Il Cremlino ha anche confermato il vertice in una nota del 29 novembre. Tuttavia le pressioni sono aumentate rapidamente e ad ora l’incontro tra i due è stato annullato.

- Newsletter Transatlantico N. -2018

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