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La Cina si espande mentre il vento in Europa cambia

May 6, 2019

Economia, Politica

(free) – di Paolo Balmas -

La ExxonMobil è riuscita di recente a siglare con la cinese Zhejiang Energy Group un contratto che prevede la fornitura di gas liquefatto (gnl) per i prossimi venti anni. La Exxon si è impegnata a esportare un milione di tonnellate di gnl l’anno, da consegnare presso il terminal di Wenzhou. Il gruppo cinese con l’aiuto del gigante degli idrocarburi americano, sta sviluppando uno dei maggiori hub per l’importazione di gnl in Cina. Due settimane prima, a Pechino, si era tenuta la International Petroleum Technology Conference, alla quale hanno partecipato oltre 2400 rappresentanti delle maggiori imprese di esplorazione ed estrazione di idrocarburi del mondo. L’accordo della Exxon costituisce un segnale di distensione nelle serrate trattative fra Cina e Stati Uniti. Uno degli obiettivi di Washington è di conquistare una fetta del mercato energetico cinese.

Intanto, l’impegno delle imprese cinesi lungo la Via della Seta aumenta. Nell’arco di pochi giorni sono stati presi accordi per progetti di inequivocabile valore per lo sviluppo economico di alcuni paesi africani, asiatici e sudamericani. Fra i più rilevanti vi è l’ampliamento della rete di trasmissione e distribuzione di energia elettrica in Etiopia affidato alla State Grid Corporation of China con un contratto da 1,8 miliardi di dollari. In Pakistan è stato siglato un accordo per la realizzazione di una diga, mentre in Zimbabwe la Cina si è impegnata in un nuovo grande progetto minerario per l’estrazione di metalli. In Nigeria, si è trovato l’accordo per la costruzione di un nuovo porto e in argentina per l’installazione di una centrale eolica.

I rapporti cinesi con le economie emergenti sono sempre più intensi e spesso caratterizzati dalla rinegoziazione del debito contratto per i progetti attraverso i quali queste economie di indebitano. La Cina ha bisogno di conquistare consensi nel mondo e dimostrare che le generali accuse provenienti da Occidente relative alla “trappola del debito” siano infondate. Tuttavia, c’è anche chi si lamenta di una Cina che non è veloce e snella come vorrebbe e sostiene di essere nello sviluppo della rete infrastrutturale a cavallo dei continenti africano e asiatico. Ad esempio, la sezione della Bombardier che produce sistemi di segnalazione per treni e metropolitane in Asia-Pacifico, ha dichiarato che la Cina è troppo lenta e dovrebbe assumere un ritmo più serrato per la costruzione delle vie di trasporto che sta sponsorizzando ormai da anni.

In Europe, invece, il vento sembra essere cambiato. Da un lato si percepisce una nuova apertura nei confronti della progettualità cinese della Belt and Road Initiative (BRI), in particolare dopo l’adesione dell’Italia all’Iniziativa. Dall’altro, le imprese di produzione europee non sembrano essere più tanto contente di investire in Cina. Due nuovi movimenti che, in fondo, sono resi possibili dalla nuova fase di globalizzazione che si sta vivendo in questi anni, di cui uno dei tratti fondamentali è proprio lo sviluppo delle infrastrutture per l’energia e il trasporto.

A dare voce alla nuova tendenza degli industriali europei è stato Carl-Henric Svanberg, attuale presidente dell’European Round Table of Industrialists e guida del gruppo Volvo. Questi ha dichiarato che le industrie europee investiranno più in casa che in Cina. L’inversione di rotta, secondo Svanberg, è dovuta a due fattori: le condizioni d’impresa in Cina non più favorevoli come in passato e il nuovo protezionismo americano. Ha sostenuto, inoltre, che il sistema capitalista europeo, sebbene più costoso, è migliore di quelli cinese e statunitense. Le sue preoccupazioni per gli Stati Uniti, che comunque considera capaci di una crescita economica più ampia e veloce, riguardano il fatto che, nel lungo periodo, l’ineguaglianza sociale provocata da quella stessa crescita si ripercuoterà sulla stabilità del paese.

- Newsletter Transatlantico N. 14-2019

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