Trump Liu He

La Cina, oltre le trattative

February 17, 2019

Economia, Politica

(free) – di Paolo Balmas -

La Cina e gli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere un accordo per regolare una nuova fase di relazioni economiche. Washington porterà i dazi al 25% su un equivalente di 200 miliardi di dollari di merci cinesi, se l’accordo non dovesse essere firmato entro l’inizio di marzo. Gli Usa non chiedono a Pechino di regolare solamente il commercio sotto nuove prospettive, ma anche riforme strutturali che, secondo il presidente Trump, frenino la perdita di posti di lavoro negli Usa. Questa settimana, le trattative si concluderanno con un incontro ad alto livello fra il segretario del tesoro, Steven Mnuchin, e il rappresentante per il commercio, Robert Lighthizer, per gli Stati Uniti e il vice premier, Liu He, per la Cina. Uno dei maggiori temi è stato per tutta la settimana, e lo sarà durante il colloquio finale, la proprietà intellettuale. La Cina sta vivendo una profonda trasformazione della propria economia che prevede una sua ulteriore apertura, anche in ambito finanziario. Le opportunità per un paese come gli Usa, già radicato nel tessuto economico cinese, sono illimitate. Come negli anni Settanta Washington è riuscita a pronosticare e sfruttare abilmente la straordinaria crescita dell’economia cinese, anche questa volta non vuole e non può perdere l’attimo fuggente, che le permetterà di mantenere un rapporto esclusivo con Pechino e assicurarsi una cospicua fetta dei sempre crescenti consumi cinesi.

Un segnale interessante di questa crescita è dato dai pronostici per il 2019 delle importazioni cinesi attraverso le nuove vie della Belt and Road Initiative (BRI). Secondo un recente studio, infatti, le importazioni supereranno le esportazioni: su un totale previsto di 117 miliardi di dollari di merci, 61 saranno in entrata, mentre 57 in uscita dalla Cina. Pechino vede lo sviluppo infrastrutturale nel continente eurasiatico come stabilizzante, non solo un’opportunità per la propria economia. In generale, le infrastrutture, soprattutto quelle dedicate allo spostamento di merci e persone e alla produzione di energia, sono alla base dello sviluppo economico. La Cina, fatta esperienza all’interno dei propri confini, è convinta che le infrastrutture che sta costruendo e finanziando in Asia, serviranno a elevare le condizioni di vita di intere popolazioni. Ma non è l’unica. L’Asian Development Bank (ADB), in un recente rapporto, ha definito le infrastrutture necessarie allo sviluppo economico dell’intero continente e prevede investimenti necessari entro il 2030 fino a un totale di ben 26 trilioni di dollari. Se ormai è chiaro a tutti che gli investimenti nelle infrastrutture non sono più un’opzione ma una ovvia necessità, rimane il dubbio di come gestire i cambiamenti radicali che provocheranno nell’organizzazione dell’economia mondiale come la conosciamo oggi.

In linea di massima, gli Stati Uniti, seguiti da posizioni più incerte nei paesi europei, hanno sollecitato una percezione negativa della BRI, insistendo sul fatto che i rischi sono maggiori delle opportunità e che il progetto cinese è per sua natura esclusivo. Fino a oggi, tuttavia, le obiezioni sulla BRI rimangono per lo più narrazioni da mass-media, di cui i governi occidentali hanno bisogno soprattutto in questo periodo di intense trattative. Lo sviluppo delle infrastrutture a cavallo del continente eurasiatico costituisce uno dei principali interessi per il futuro del commercio, soprattutto in Europa. Gli ultimi dati lo dimostrano, senza contare gli interessi finanziari relativi alle partecipazioni nella Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e alle potenziali ricadute nello sviluppo di paesi interni all’Unione Europea che hanno bisogno di investimenti nelle infrastrutture. Le obiezioni lasciano il tempo che trovano, soprattutto per il fatto che Washington, come del resto le sue alleate occidentali, non propongono e non hanno alternative ai piani di sviluppo cinesi per offrire una visione di crescita ai paesi coinvolti, dall’Europa orientale all’Asean, all’Africa.

- Newsletter Transatlantico N. 7-2019

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