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Gerusalemme: la strategia di Trump

December 13, 2017

Politica, Strategia

(free) - di Andrew Spannaus -

La decisione del Presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele parte da due fattori principali. Il primo è strettamente politico: Trump ha trovato un’altra occasione per dimostrare che mantiene le promesse elettorali – a differenza dei suoi predecessori, molti dei quali avevano fatto la stessa promessa in merito a Gerusalemme, solo per rimangiarsela una volta arrivati alla Casa Bianca. In questo modo si garantisce anche il sostegno di parti importanti del mondo ebraico americano – per esempio di personaggi come il miliardario Sheldon Adelson – e anche dei cristiani evangelici, bacino cruciale tra i gruppi che appoggiano il presidente. Quest’ultimi sono convinti, sulla base di alcuni passaggi della Bibbia, che Dio abbia donato quella terra agli ebrei, e quindi fanno della difesa d’Israele contro i palestinesi un punto fondamentale.

Il secondo fattore riguarda la strategia dell’Amministrazione Trump in merito al processo di pace in Medio Oriente. Nel suo discorso annunciando la decisione su Gerusalemme, il Presidente ha dichiarato di mantenere la promessa di portare un nuovo approccio a vecchi problemi. Ha confermato l’impegno americano a raggiungere un accordo di pace, anche sulla base di una soluzione a due stati, ma chiaramente pensa di arrivarci in modo molto diverso rispetto alle amministrazioni precedenti.

La logica dietro la mossa di Trump è che occorre invertire il metodo con cui si persegue la pace. Fino ad ora l’idea è stata che occorre risolvere la questione palestinese, per poi migliorare i rapporti tra Israele e il mondo arabo. Trump, guidato dai suoi uomini di punta sulla questione mediorientale, Jared Kushner e Jason Greenblat, intende invece dare vita ad un’alleanza di fatto tra Israele, Arabia Saudita e Egitto, per poi mettere pressioni sui palestinesi a cercare un accordo; in questo contesto la minaccia di spostare l’Ambasciata Usa a Gerusalemme a breve diventa un’arma per il negoziato. (E’ una tattica che ricorda l’annuncio di Trump sull’accordo nucleare con l’Iran: ha dichiarato di volerne uscire, ma senza uscire davvero.)

La premessa di questa strategia è che le tre potenze citate possono essere unite dalla volontà di contrastare l’Iran. Infatti il calcolo politico della Casa Bianca è che la grande opposizione scatenata nel mondo arabo non sarà sufficiente per bloccare il nuovo asse, e quindi che i rapporti con gli Usa siano più importanti per l’Arabia Saudita e per l’Egitto che non la volontà di contrastare la decisione su Gerusalemme.

Il problema è che questa premessa poggia su un obiettivo che rischia di peggiorare la situazione in Medio Oriente, piuttosto che migliorarla. L’Arabia Saudita, e in via minore Israele, escono sconfitti dalla guerra in Siria. Gli estremisti sunniti che hanno guidato la guerra contro Assad sono stati finanziati ed incoraggiati dai sauditi, come da altri paesi vicini e lontani. Dai Mujaheddin ad Al Qaeda all’ISIS, per decenni i gruppi terroristici hanno rappresentato il braccio armato della strategia occidentale di “cambiamento di regime”, utilizzati contro il cattivo di turno. Dopo Gheddafi il prossimo obbiettivo è stato Bashar el-Assad, soprattutto in quanto alleato dell’Iran. Per questo la posizione del governo israeliano era che sarebbe stato meglio perfino lasciare il campo all’ISIS che permettere la continuazione del governo Assad, in quanto quest’ultimo consente di estendere l’influenza di Teheran.

La strategia del regime change è stata gradualmente abbandonata da Barack Obama, che ha deciso di collaborare con la Russia in Siria nel nome della stabilità. Insieme all’accordo nucleare con l’Iran, sembrava che gli Stati Uniti andassero verso un ribilanciamento dei propri rapporti nella regione.

Donald Trump ha seguito l’obiettivo di collaborare con la Russia in modo ancora più aperto, facilitando la fine (seppur non ancora arrivata) della guerra siriana. Ma allo stesso tempo ha sposato la linea anti-Iran dell’Arabia Saudita, e ora cerca di dimostrarsi alleato strettissimo di Israele, calmando le paure iniziali provocate dalle prime dichiarazioni di Trump sul tema Medio Oriente, quando nel febbraio 2016 aveva promesso di essere un intermediario “neutro” sulla questione.

Trump pensa di applicare le sue doti imprenditoriali di negoziatore al conflitto tra israeliani e palestinesi. Ha deciso di fare un passo forte per sbaragliare le carte e mettere pressioni sui palestinesi, contando sui rapporti positivi con le maggiori potenze della regione, ma in perfetta linea con la volontà di contrastare l’Iran in modo aggressivo. Il rischio è che questa politica possa vanificare gli sforzi fatti negli ultimi anni a favore della stabilità, portando invece ad un aumento dell’instabilità nella regione in generale.

- Newsletter Transatlantico N. 51-2017

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One Response to “Gerusalemme: la strategia di Trump”

  1. enrico Says:

    manco in Alabama ci credono più… :-D

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