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Rete clandestina e traffico di armi

December 17, 2015

Strategia

(free) – di Paolo Balmas –

Gli attacchi terroristici di gennaio e di novembre che hanno preso luogo a Parigi ci portano davanti all’esistenza di una rete clandestina ben radicata e ben coordinata. Il terrore diffuso dovuto alla presenza dei così detti lupi solitari diventa davvero poca cosa di fronte alla consapevolezza di un’organizzazione interna capace di sfuggire ai servizi di intelligence nazionali e alla Nato.

La rete clandestina non si trova oltremare e si serve di ramificazioni interne all’Europa, ma si trova nel cuore dell’Unione Europea e, al contrario, si serve delle ramificazioni che si sviluppano nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Alcuni guerriglieri possono anche venire da campi di addestramento dello Yemen o della Siria, ma l’organizzazione degli attentati, la logistica, l’approvvigionamento delle armi e delle munizioni, degli esplosivi, avviene in Europa.

Il traffico di armi, probabilmente, è il perno che dimostra l’esistenza della rete clandestina e le autorità ne conoscono da anni il meccanismo. La possibilità di tracciare gli spostamenti dei kalashnikov, ad esempio, non solo dimostra una falla nel sistema di sicurezza europeo, ma evidenzia anche le responsabilità straordinarie che i paesi dell’Unione devono assumersi.

Tutto ha inizio nell’area balcanica dell’ex Iugoslavia. Gli arsenali di armi leggere, eredità delle guerre civili e per lo più destinate allo smaltimento secondo programmi di controllo degli armamenti seguiti dalle Nazioni Unite e dalla Nato, sono state impiegate da un lato per armare i ribelli siriani, dall’altro per rifornire la rete clandestina che opera nell’Unione Europea.

Agli inizi del 2013, in base alle inchieste che sono uscite sul New York Times e su vari blog (ad esempio il Brown Moses, pseudonimo usato dal giornalista E. Higgins), i giornalisti C. J. Chivers, E. Schmitt, E. Higgins, sono riusciti a ricostruire il sistema che permetteva di far arrivare armi europee nelle mani dei ribelli siriani.

Secondo le relazioni, le armi sono uscite dal territorio croato nell’anno precedente e soprattutto prima del 1 luglio 2013, giorno in cui Zagabria è divenuta una capitale dell’Unione Europea a tutti gli effetti. Le armi erano trasportate via aerea senza tener conto dell’embargo che Bruxelles aveva imposto a Damasco. Giungevano in Giordania e da lì entravano in Siria. Altre entravano da nord, dalla Turchia. Queste ultime potrebbero essere partite anche da altri paesi dei Balcani o dell’ex blocco sovietico. A finanziare l’operazione sarebbero stati i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita. Sono varie le motivazioni geopolitiche ed economiche che hanno portato all’accordo tra paesi arabi sunniti e paesi europei per promuovere l’armamento di truppe paramilitari al fine di insorgere nella regione in questione.

Tuttavia, il grave problema della presenza dei kalashnikov a Parigi non dipende direttamente dalla presenza di quelli croati in Siria. Quelli di Parigi, infatti, hanno seguito altre rotte.

Da molto tempo è noto alle autorità di sicurezza della Nato e dell’Unione Europea, che armi da fuoco leggere entrano in piccoli carichi, molto difficili da intercettare, nell’area Schengen attraverso i confini croato, sloveno e italiano. Le armi partono principalmente dalla Bosnia Erzegovina.

La Guardia di Finanza italiana aveva avvertito da diversi anni l’ingresso di armi nell’area Schengen. Evidentemente non è stata ascoltata con la dovuta attenzione.

Come ricorda un articolo pubblicato sul sito di Ansamed nel dicembre 2011, la Guardia di Finanza aveva intercettato un carico nei pressi di Trieste, su un autocarro che trasportava 15 Ak-47, 4 kg di esplosivo al plastico, 19 pistole, 700 cartucce e una pistola dotata di silenziatore. Si è calcolato che il traffico verso l’Unione riguarda il 30% di armi, munizioni ed esplosivi che escono dai confini della Bosnia Erzegovina.

Un altro dato inquietante, rivelato da La voce del popolo, quotidiano istriano in lingua italiana, è la presenza di piccole fabbriche clandestine nei paesi dell’ex Iugoslavia, che sarebbero sopravvissute alle guerre civili e ancora attive.

Se la diffusione di armi leggere avviene sin dal 2011, in una Europa pacificata dal punto di vista del terrorismo politico estremista interno, ci si chiede a che cosa siano servite quelle armi se non a rifornire la rete clandestina di radice islamica che opera attualmente nell’Unione Europea.

Ciò dimostra l’esistenza di una strategia ad ampio respiro, con obiettivi a lungo termine, le cui ragioni non possono essere ridotte al semplice, seppur eterno, scontro di civiltà. Inoltre, conferma la lenta gestazione delle operazioni.

Ci si chiede, quindi, quali siano le problematiche interne all’Europa che non permettono la sistematica distruzione della rete clandestina. Si deve davvero pensare al totale fallimento della Nato e delle intelligence nazionali?

Per il momento si mette in discussione la struttura del sistema Schengen e si punta il dito all’incapacità di controllare le migrazioni come se il problema fosse unicamente esterno. Il risultato immediato degli attacchi ha chiaramente inasprito il confronto politico interno ai paesi dell’Unione, in particolare donando ragione a quei partiti che raccolgono consensi nel segmento caratterizzato dalla sfiducia nelle istituzioni europee e dall’avversità ai tentativi di integrazione, che spesso hanno un’ispirazione separatista.

Rimane aperto un problema meno profondo (si spera) ma più immediato: una rete clandestina armata che si sa muovere liberamente nelle città europee, alla quale non manca il denaro, né le competenze linguistiche, coordinata da qualcuno che ha le idee molto chiare e la capacità di mettere in comunicazione gli estremisti islamici che abitano tutte le sponde del Mediterraneo.

– Newsletter Transatlantico N. 91-2015

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