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Infrastrutture: perché l’Italia non parte?

October 1, 2021

Economia, Notizie Brevi

Vento dal Sud. Logistica, infrastrutture e mercato per una nuova Europa

Pasqualino Monti dialoga con Bruno Dardani e Giulio Sapelli

Guerini e Associati, giugno 2021

“Esiste una ricetta per invertire il destino di questo Paese?” Questa è la domanda che si pongono Pasqualino Monti, Bruno Dardani e Giulio Sapelli nell’aprire la loro discussione sui problemi della logistica e delle infrastrutture in Italia. Quando si entra nel merito si parla principalmente dei porti e di perché non si è creato un sistema in grado di valorizzare l’industria italiana, lasciando invece ai grandi operatori esteri sia la gestione della logistica, sia i relativi benefici. Nel corso del libro si sottolineano alcuni dettagli dei problemi strutturali in Italia, a partire dalla burocrazia, non solo per l’inefficienza, ma anche quei meccanismi di decentramento del potere politico e amministrativo, che spesso significa impedire o bloccare le azioni necessarie per modernizzare il paese.

Prima di affrontare il problema logistico a livello specifico, Vento dal Sud ci offre un’ampia panoramica sul quadro storico-geopolitico in cui si inserisce la questione. Con l’inconfondibile stile di Giulio Sapelli, il lettore viene guidato attraverso una panoramica della “lenta distruzione” dello Stato italiano, con tutti quegli elementi che sono evidenti alle persone più curiose, ma spesso ignorate o considerate alla stregua dei complotti da parte di certi media mainstream: dagli effetti collaterali della “lotta alla corruzione”, al ruolo di un personaggio come Beniamino Andreatta nella “svendita del patrimonio italico alla finanza internazionale”, all’insorgere di “un potere non costituzionalmente legittimato dal Presidente della Repubblica” per esempio con il governo Monti. Sapelli non manca anche di definire le difficoltà e le sfide geopolitiche, come l’espulsione dal Nordafrica dell’Italia, impedendo un ruolo importante per il potenziale produttivo italiano nel Medio Oriente, ma anche il posizionamento essenziale del Mezzogiorno e della Sicilia in particolare nella risposta all’espansione cinese, e l’importanza di “costruire un nuovo ‘concerto’ tra le nazioni atlantiche e continentali europee”.

In tutto questo il tema delle infrastrutture svolge chiaramente un ruolo fondamentale; basti pensare al Belt and Road Initiative cinese, e alla competizione tra stati europei per gestire i grandi volumi di merci internazionali. E’ qui dove l’Italia sconta dei gravi ritardi, secondo i discussants, guidati da Pasqualino Monti che ha una grande esperienza anche tecnica nel settore portuale. Ci sono due ordini di motivi, che possiamo distinguere tra gli impedimenti più diretti, come la burocrazia, e quelli politici generali, che riguardano come vengono autorizzati – o bloccati – gli interventi infrastrutturali in Italia.

Sul primo versante, è interessante seguire la discussione sulla semplificazione, che ha fatto passi solo limitati, ci dicono, in quanto una pratica doganale in Italia richiede ancora decine di passaggi e timbri. Uno dei risultati nocivi di questo stato delle cose è che le imprese italiane hanno deciso di delegare le operazioni ad altri, spesso dei soggetti stranieri. Cioè, invece di dover affrontare la rogna della burocrazia italiana, mettono il tutto in mano alle stesse società che poi si occupano del trasporto; così, i container dell’export italiano non partono dai porti nazionali, piuttosto fanno anche 1200 chilometri per essere gestiti dai porti del Nord Europa, sottraendo all’Italia dazi e tasse, ma anche il margine incassato da chi organizza il tutto. In quest’ottica, la digitalizzazione e la semplificazione della burocrazia diventano ancora più importanti, insieme allo sviluppo della logistica dell’ultimo miglio, per garantire collegamenti efficienti tra le zone industriali e i porti italiani.

L’altro livello che viene affrontato nel libro è quello delle responsabilità politiche ed amministrative. Si punta il dito alla “trasformazione dello Stato su base regionale” a metà degli anni Settanta, che viene considerata “ancora oggi il problema centrale dell’Italia”. Qui si va a toccare un tema dalle ampie implicazioni, che riguarda la pianificazione economica degli ultimi cinquant’anni. Nello specifico di parla della riforma del Titolo V della Costituzione, in cui viene stabilito che le infrastrutture prioritarie devono essere oggetto di conferenza Stato-regioni. In questo modo – secondo Sapelli – si è “consegnato alle regioni non tanto il potere quanto il protagonismo, anche nella realizzazione di asset viari ferroviari e portuali di rilevanza nazionale. E lo stesso vale per alcuni comuni”.

Si identifica quindi un “errore storico” di subordinare la regia della politica logistica al livello più basso, quello del controllo locale, invece di avere un regista unico; e Monti arriva perfino ad affermare che in questo modo “troppa democrazia non fa bene alla democrazia”, cioè il sistema diventa antidemocratico in quanto non si riescono ad attuare le decisioni prese, e a volte nemmeno capire come navigare la burocrazia dello Stato.

Il problema si capisce quando si ha a che fare con fenomeni come il NIMBY (not in my back yard), generando proteste locali per qualsiasi infrastruttura che venga pianificata. Oltre ad esprimere opposizione a livello politico, esistono delle modalità legali che permettono di fermare un progetto quando viene visto male a livello locale. Ognuno può dire la sua, per esempio attraverso il ricorso al TAR, un meccanismo che secondo Monti andrebbe reso più oneroso per chi agisce senza basi solide.

La difficoltà di portare avanti i progetti di ampio respiro ricorda un fenomeno in qualche modo simile, nel mondo politico: quello del potere dei piccoli partiti nel contesto del sistema costituzionale italiano: a volte basta una manciata di deputati o senatori, che rappresentano un numero ristretto di cittadini, per fermare un governo che si poggia su un consenso molto più ampio. Quando il sistema può essere condizionato fortemente dal componente più piccolo, si aprono molte domande sull’efficacia della forma di governo. E poi c’è la questione dei decreti attuativi – discussa nel libro – che spesso non vengono scritti per anni, di fatto vanificando lo sforzo legislativo; in questo caso, è la burocrazia permanente che definisce quanto può essere fatto o meno.

Non si tratta di un problema solo italiano: si pensi al fatto che un singolo senatore statunitense può in alcuni casi bloccare la considerazione di una nomina o di una proposta di legge, e anche alla denuncia del potere dello “stato profondo”. Ma spesso in Italia l’inerzia sembra tale da non permettere di affrontare molti dei problemi annosi che affliggono il paese. Cambiare sistema non è per nulla facile, però: si consideri l’interminabile saga delle riforme elettorali, o il tentativo di riformare il Titolo V, finito nel vortice del referendum costituzionale del 2016. Le iniziative in questa direzione vengono spesso dipinte dai partiti come una riduzione della democrazia, provocando opposizione nell’opinione pubblica.

La discussione su come garantire una democrazia efficiente richiede la considerazione di tanti fattori, in quanto ci sono sempre interessi e diritti da bilanciare; ma almeno per quanto riguardano le infrastrutture, sembra chiaro che ci siano due nodi da sciogliere: quello delle procedure burocratiche e amministrative che frenano e bloccano progetti importanti, e quello della pianificazione nazionale. Nella pianificazione delle infrastrutture – secondo gli autori di Vento dal Sud – non c’è “nulla da inventare”: si sa quali siano gli obiettivi fondamentali, per rendere i porti italiani all’altezza della sfida dei prossimi anni. Ora si tratta di ripristinare la possibilità di programmare e realizzare i progetti, sulla base di un piano strategico nazionale.

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