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Quando i dati si piegano alle esigenze

April 4, 2020

Notizie Brevi, Politica

(free) – di Andrew Spannaus -

La comunicazione delle istituzioni e della stampa ai tempi del coronavirus mostra un aspetto preoccupante: le informazioni e i dati scientifici vengono influenzati dalla necessità di giustificare il modo in cui si sta operando, oppure per indirizzare in qualche maniera l’opinione pubblica. Prendiamo due esempi, il dato dei nuovi contagi riportati ogni sera alle 18, e quello dei tamponi.

Da circa una settimana quasi tutti gli organi di stampa più grandi – dal Corriere della Sera, la Repubblica e il Messaggero alle emittenti televisive come Rai e Mediaset – hanno cambiato il modo di riportare i nuovi contagi: non più l’aumento del numero totale dei contagiati da un giorno all’altro, ma quel numero al netto dei guariti e dei morti. Per esempio, il 30 marzo i giornali hanno annunciato 1.648 nuovi infetti, ma in realtà il numero era 4.050.

Dal 29 al 30 marzo si è infatti passati da 97.689 a 101.739 casi totali. Per fornire il numero più basso riportato anche dalla stampa, la Protezione Civile toglie dai 4.050 nuovi casi 1.590 guariti e 812 morti. Così il dato “corretto” indica un calo di circa il 50% dal giorno precedente, invece di quello reale del 23%.

L’inclusione dei “guariti” era iniziata poco dopo l’inizio della crisi, un tentativo di infondere un po’ di ottimismo. Si può capire la volontà di sottolineare che molti guariscono, seppur sia un punto ovvio in quanto buona parte dei contagiati non necessita nemmeno il ricovero in ospedale; ma non è stato particolarmente efficace come approccio, in quanto i guariti sono rimasti poco sopra i morti per molto tempo.

Molto più preoccupante è la sottrazione dei morti dalle cifre giornaliere. Così facendo più persone muoiono meglio si presenta il bollettino! Oltre all’evidente distorsione che viene introdotta, non si capisce il senso di manipolare l’opinione pubblica in questo modo. Il rischio è di creare false speranze, con contraccolpi pericolosi nel prossimo futuro.

Poi c’è il tema tamponi. Dall’inizio della crisi in Italia assistiamo ad un dibattito surreale sulla necessità di testare la popolazione. Nonostante l’evidente successo della risposta in paesi dove è stato addottato un approccio più aggressivo sui tamponi come la Corea del Sud e la Germania, si continua a dire che serve testare solo chi ha sintomi importanti, e ormai ci sono tantissimi casi di persone che non riescono a farsi fare il tampone anche quando chiaramente servirebbe.

Il motivo reale è molto semplice: non c’è la capacità tecnica di farlo. Infatti in fondo ad ogni dibattito sulla questione emerge questa realtà: ci sono pochi laboratori in grado di gestire i test (in crescita, per fortuna), e manca il materiale come i reagenti. Ma invece di ammettere i limiti e parlare di come superarli, tanti politici e esperti si arrampicano sugli specchi per spiegarci che non serve fare i tamponi. Certo, in Italia è tardi, nel senso che il virus è molto diffuso, ma negare l’ovvia utilità di identificare i soggetti portatori per poter limitare i loro movimenti appare un’esercizio al limite della disonestà in questa situazione.

Il Covid-19 è presentato come una situazione di guerra, l’evento che sconvolge il nostro modo di vivere e fa precipitare le relazioni sociali e le attività economiche in una crisi mai conosciuta negli ultimi decenni. In tempi di guerra servono leader che siano in grado di spiegare la dura verità e tracciare la strada verso la vittoria senza false promesse. Manipolare i dati o cercare argomenti deboli per giustificare l’incapacità di agire in modo efficace non pagherà a lungo termine. Sarebbe meglio mostrare rispetto per la popolazione, e conquistare la sua fiducia; servirà nei prossimi mesi.

- Newsletter Transatlantico N. 10-2020

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