US Capitol Congress

Elezioni Usa: la fine delle contestazioni

December 22, 2020

Politica

(free) - Il voto dei grandi elettori del 14 dicembre ha di fatto messo fine alle speranze di Donald Trump di contestare le elezioni presidenziali del 3 novembre negli Stati Uniti. Non che ci fossero dei grandi dubbi sull’esito, ma almeno fino a quel punto per i repubblicani era ancora possibile difendere il diritto del presidente uscente di fare causa in merito alle presunte irregolarità in vari stati, oppure a sperare in una qualche azione irrituale da parte dei parlamenti statali per bloccare la conferma della vittoria di Joe Biden. Ma dopo che la Corte Suprema si è rifiutata di intervenire, permettendo il decorso regolare del voto per l’Electoral College, Trump ha perso il sostegno di buona parte degli alleati politici che lo avevano assecondato nelle ultime settimane; ormai perfino il capo repubblicano del Senato Mitch McConnell ha chiesto ai suoi di abbandonare anche l’idea di obiettare alla certificazione del voto da parte del Congresso a gennaio.

Non era scontato che nessun tribunale o organo amministrativo non avrebbe dato retta a Trump. Data la narrazione promossa dal presidente e da una parte dei media conservatori, ci sono decine di milioni di persone convinte che le elezioni non siano state regolari; in alcuni casi sarebbe bastato poco per riaprire i giochi. Nel Wisconsin, per esempio, l’organo pubblico che decide sulle controversie delle elezioni ha deciso di respingere una richiesta per annullare centinaia di migliaia di schede con un voto di appena 4 a 3, in cui il voto decisivo è venuto da un funzionario di fede repubblicana. Situazioni simili si sono viste anche in altri stati, come per esempio in Georgia, dove i funzionari statali sono in buona parte repubblicani, ma hanno difeso la correttezza del voto, in mancanza di prove effettive di brogli.

Prima delle elezioni alcuni giudici della Corte Suprema avevano dato indicazioni di essere pronti ad intervenire sulla questione dei criteri dei voti per posta, ma alla fine il ricorso presentato dallo stato del Texas si basava su argomenti deboli non solo nella sostanza, ma anche a livello procedurale. I giudici hanno deciso – a maggioranza – che non era nemmeno possibile che uno stato contestasse le procedure di un altro stato di fronte alla Corte.

Un altro problema riguarda i meriti degli argomenti presentati dal Texas. Di fatto si trattava di un compendio di tutte le contestazioni già presentate, e respinte, dai tribunali statali e federali minori. Difficile considerare legittima l’idea di ripresentare le stesse lamentele in un’altra forma, solo nella speranza di trovare giudici più favorevoli.

Dati i precedenti degli scandali poco circostanziati che sono stati utilizzati contro Trump negli ultimi anni, molti non hanno difficoltà a credere che alcuni gruppi di potere avrebbero potuto truccare le elezioni pur di estromettere l’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, non basta il fatto dello scontro politico profondo tra Trump e una parte delle istituzioni permanenti per presupporre un complotto elettorale contro di lui. Come possiamo affermare che il Russiagate aveva basi deboli valutando gli atti del Procuratore speciale, che alla fine non ha presentato prove di alcun atto criminale da parte del presidente, anche nel caso delle elezioni serve guardare i fatti, e nonostante le tante promesse di prove che sarebbero state presentate, non è arrivato nulla di concreto. E’ una cosa dire che i brogli sono possibili, e anche presentare dichiarazioni di persone che sono convinte delle irregolarità, ma poi bisogna dimostrare che sono avvenute veramente; questo non è successo, e il numero di persone coinvolte nelle operazioni di voto rende comunque molto difficile ipotizzare un’azione coordinata per influenzare i risultati. Anzi, nel caso delle macchine elettroniche della società Dominion, accusate di aver spostato sistematicamente grandi quantità di voti, le verifiche effettuate hanno dimostrato il contrario. Nella Georgia, per esempio, dove le macchine Dominion sono utilizzate in buona parte dei seggi, si è completato un secondo conteggio di tutti i voti a mano, senza alcun cambiamento significativo nei totali.

Qualcosa di vero c’è nella critica fatta dai repubblicani al voto postale: quest’anno molte più persone hanno votato per corrispondenza – il 46% dei votanti, rispetto al 23,5% quattro anni fa – a causa della pandemia ma anche grazie a varie decisioni prese per rendere più facile votare per posta o in anticipo. In vari casi si sono allentati i requisiti per verificare le firme, si è permesso ai lavoratori dei seggi di contattare gli elettori per aiutarli a correggere gli errori nei dati anagrafici, e si sono allungati i tempi per ricevere e contare i voti. Tutto questo ha indubbiamente aiutato Joe Biden, in quanto più democratici hanno votato per posta avendo paura della pandemia, mentre i repubblicani tendono ad avere un atteggiamento meno preoccupato.

Alla fine è stato più facile votare quest’anno, contribuendo al grande aumento dell’affluenza dovuta anche alla figura polarizzante di Trump. Ma questa constatazione non dimostra alcuna attività illegale: anzi, si tratta di decisioni prese da parlamenti statali e funzionari eletti che valgono per gli elettori di qualsiasi schieramento. Tra l’altro, buona parte di queste decisioni erano già state discusse in tribunale tra repubblicani e democratici nei mesi precedenti, a volte portando a dei cambiamenti, a volte no. Arrivare a contestarle una seconda volta solo perché le nuove procedure hanno agevolato i democratici in alcuni stati, ha solo l’effetto di minare la fiducia nelle istituzioni, un problema non piccolo nella società americana di oggi.

Alla fine bisogna dire che nonostante la determinazione di Trump di mettere in dubbio l’elezione, annunciata con largo anticipo, il sistema ha retto. Il problema più ampio della fiducia nelle istituzioni politiche rimane però, e richiederà azioni incisive da parte dello Stato per affrontare le difficoltà profonde che affliggono una parte significativa della popolazione.

- Newsletter Transatlantico N. 34-2020

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