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Cosa è successo nel quarto dibattito democratico?

October 16, 2019

Notizie Brevi, Politica

Il quarto dibattito tra i candidati democratici alla nomina presidenziale per il 2020 negli Stati Uniti si è tenuto ieri sera, nell’Ohio. La novità più ovvia, è che ormai tutti hanno capito che dovranno fare i conti con l’ascesa di Elizabeth Warren. La senatrice del Massachussets ha raggiunto Biden nei sondaggi nelle ultime settimane, e sembra pronta a consolidare la sua posizione come la vera alternativa ai candidati centristi, lasciando indietro Bernie Sanders e gli altri candidati minori. Warren è stata attaccata da più parti, ma senza essere messa veramente in difficoltà. Tra l’altro ha potuto parlare più di tutti, posizione invidiable in queste situazioni, in quanto i candidati cercano la massima visibilità per le loro proposte.

Warren è famosa per i suoi piani, e vari candidati cercano di accusarla di idee poco realizzabili. E’ una linea d’attacco che non porta lontano, in quanto permette alla candidata di sottolineare l’importanza di pensare in grande, e di non essere troppo timidi di fronte alle grandi ingiustizie percepite da molti elettori.

Biden non si è aiutato, perdendo di visibilità e anche evitando di affrontare in modo efficace la questione Ucraina. Seppur la linea generale nel mondo democratico, come anche nei media mainstream, sia che gli attacchi a suo figlio rappresentino solo del “complottismo” da parte di Trump, c’è un senso palpabile di disagio in merito all’esempio di corruzione sistemica data dalla famiglia Biden. L’ex vice presidente non ha risposto in modo chiaro all’unica domanda diretta sulla questione, ma non è stato nemmeno criticato sul punto dagli altri candidati. Questi forse vorrebbero sfruttare la situazione, ma temono di essere bollati come spalleggiatori di Trump se dovessero far notare quanto Hunter Biden abbia sfruttato il suo cognome per guadagnare grandi quantità di soldi, proprio mentre suo padre guidava la politica americana sull’Ucraina (e anche sulla Cina, in un altro caso di cui si parla meno).

Bernie Sanders, dopo aver sofferto recentemente di un lieve infarto, aveva il compito di rassicurare i suoi sostenitori. Non ha risposto direttamente alla domanda sulle sue condizioni di salute, ma la sua energia e battute lo hanno aiutato a combattere l’impressione di un candidato in via di declino. Tuttavia, salvo passi falsi da parte di Warren prima che comincino le votazioni a febbraio, Sanders si troverà costretto a valutare l’abbandono, per garantire che qualcuno più vicino alle sue posizioni vincerà contro i candidati centristi.

Tra i candidati di secondo livello, intorno al 5% nei sondaggi, Kamala Harris non sembra in grado di riprendere quota, mentre continua a farsi notare Pete Buttigieg, il giovane sindaco di South Bend, Indiana. Parla in modo chiaro e coinvolgente, ma in questo dibattito in particolare si è aggregato alle critiche “moderate” a Warren. Può ancora crescere nei sondaggi, soprattutto se Biden dovesse perdere quota, ma è poco probabile che il pragmatismo possa rappresentare una carta vincente in questo momento.

Gli attacchi a Warren sono stati principalmente sul suo sostegno per Medicare for All, l’idea di istituire la sanità pubblica universale negli Stati Uniti. I moderati e i progressisti si dividono nettamente su questo tema, con i primi che accusano i secondi di incorrere nel rischio di dover dire agli elettori che aumenteranno le tasse. Sanders è chiaro su questo punto, ricordando che si pagherà di più, ma si avrà un servizio migliore. Warren fa di tutto per non pronunciare le parole “più tasse” – volendosi proteggere per la sfida finale contro Trump – sottolineando che i costi totali scenderanno. La pressione sale su questo fronte però, e prima o poi Warren dovrà pubblicare uno dei suoi “piani” per dire chiaramente come intende cambiare il sistema.

Tra l’altro, è peculiare vedere come i progressisti facciano confusione sulla questione della sanità. Sembrano credere che in molti paesi europei ci siano solo sistemi pubblici e che l’assicurazione privata sia vietata. Se capiranno che non è così, forse presenteranno dei piani più realistici, e anche più accettabili per gli elettori che temono di perdere i punti d’eccellenza del sistema privato.

Infine, c’è la guerra. Mentre buona parte del mondo occidentale si straccia le vesti per la perfidia di Trump rispetto ai curdi, pochi candidati hanno il coraggio di sostenere la decisione di ritirare le truppe dal Medio Oriente. Chi non ha dubbi su questo punto è Tulsi Gabbard, come sempre grande critica delle “guerre permanenti”, che non ha paura di andare contro il group think a Washington. Anche Warren ha detto che bisogna ritirare le truppe americane dal Medio Oriente, mentre quasi tutti gli altri candidati – a partire da Sanders e Buttigieg – hanno insistito sulla necessità di mantenere la parola e di non aiutare i nemici come la Russia e l’Iran, posizione che piace assai di più all’establishment di sicurezza nazionale negli Stati Uniti.

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