John Bolton

Trump imbarca i neocon

March 31, 2018

Politica, Strategia

(free) – di Andrew Spannaus –

I recenti avvicendamenti nel gabinetto del presidente americano Donald Trump sembrano marcare un cambiamento importante, con l’ingresso di personaggi tenuti alla larga nel primo periodo dell’Amministrazione. Il nome più pesante è quello di John Bolton, nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale, che sembra ancora più significativo preso insieme alla nomina del nuovo segretario di Stato Mike Pompeo e della nuova direttrice della Cia Gina Haspel, anche se gli ultimi due devono ancora passare per il vaglio del Senato.

Nel periodo di interregno tra le elezioni del novembre 2016 e l’insediamento del gennaio 2017, girò parecchio il nome di Bolton come candidato alla dirigenza del Dipartimento di Stato. Sembrava un’idea decisamente in contrasto con le promesse della campagna elettorale di Trump, che non si stancava di criticare lo spreco di trilioni di dollari per guerre inutili. Bolton infatti è stato – e rimane tuttora – un grande fautore della guerra in Iraq del 2003, come negli anni recenti ha proposto attacchi militari sia contro l’Iran sia contro la Corea del Nord. Insomma ogni guerra va bene, oltre ad un atteggiamento scontroso verso la Russia.

Per alcuni l’etichetta “neoconservatore” non è corretta nei confronti di Bolton, visto che non parla di esportare la democrazia. Si tratta di una quisquilia però, in quanto nei fatti le sue politiche sono ben in linea con personaggi come l’ex vicepresidente Dick Cheney.

Negli ultimi mesi Transatlantico.info ha citato spesso il ruolo di H.R. McMaster, il Consigliere per la sicurezza nazionale uscente. Pur essendo considerato uno degli “adulti nella stanza”, in realtà è stato tra i componenti più aggressivi dell’Amministrazione, chiedendo un grande aumento delle truppe in Afghanistan e spingendo il presidente a pensare seriamente ad un bombardamento della Corea del Nord. Ora che se ne va McMaster, arriva uno che sembra avere ancora meno scrupoli nel fare la guerra.

Anche Pompeo, nuovo segretario di Stato, propone una linea dura verso l’Iran, e usa parole forti contro la Russia. In questo si differenzia da Rex Tillerson che era più moderato su entrambi i fronti, rappresentando una voce importante nell’Amministrazione, seppur con un tono talmente diverso da quello del presidente da rendere impossibile la loro convivenza.

Desta preoccupazione anche la nomina di Gina Haspel alla guida della Cia. Haspel è nota, purtroppo, per aver supervisionato e avallato le torture ad un “sito nero” in Thailandia negli anni Duemila dove vari sospetti terroristi hanno subito le “interrogazioni accentuate”. Quando fu scoperta l’esistenza di videoriprese di quelle sessioni di torture, Haspel diede l’ordine di distruggerle, in barba ai consigli legali della stessa Casa Bianca. La sua nomina sembra indicare un passo indietro rispetto alla necessità di superare gli errori degli anni dell’Amministrazione Bush.

Il pensiero di Trump in merito a questi cambiamenti è fin troppo evidente. Cerca figure non politicamente corrette, e coerenti con la sua visione di America First, respingendo i valori globalisti e sovranazionali. Il problema è che il presidente mette spesso lo stile davanti ai contenuti. Privilegia persone che vanno controcorrente, ma allo stesso tempo rischia di mettersi in mano a chi promuove quella politica interventista che in passato ha fortemente criticato.

Finora il presidente outsider non ha iniziato nuove guerre. Ha mandato una raffica di missili in Siria nell’aprile del 2017, per far vedere che non era nella tasca di Vladimir Putin, ma senza poi cambiare linea politica in merito alla crisi siriana. Ha usato toni duri verso la Corea del Nord, solo per fare un passo indietro quando si è presentata la possibilità di perseguire la diplomazia. E sull’Iran continua ad esprimere minacce, ma finora non ha fatto passi concreti per rompere l’accordo sul nucleare.

Con la presenza di consiglieri più aggressivi, alcuni dei quali – come Bolton – hanno passato anni sollecitando un attacco all’Iran, aumenta il rischio che le parole forti, invece di essere utilizzate ad arte per raggiungere obiettivi diplomatici, si traducano in azioni scellerate, proprio come quelle che il candidato Trump ha stigmatizzato per tanto tempo.

- Newsletter Transatlantico N. 11-2018

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