Davos

Chi ha paura del protezionismo?

January 29, 2018

Economia, Politica

(free)di Andrew Spannaus -

Prima dell’arrivo a Davos di Donald Trump, leader mondiali come Narendra Modi dall’India e Angela Merkel dalla Germania hanno preso l’occasione di ammonire sui pericoli del protezionismo. Nei loro interventi sono emersi dei paragoni piuttosto esagerati, fino al punto di porre le protezioni economiche sullo stesso livello del terrorismo e della guerra.

Ad un osservatore cosciente delle falle dimostrate dall’economia globalizzata negli ultimi anni quelle parole sembreranno una difesa disperata del sistema attuale, piuttosto che una riflessione seria sulla politica economica da seguire per garantire la crescita e lo sviluppo nei prossimi decenni.

L’equivoco di base è che affermare apertamente di seguire i propri interessi, e quindi di proteggere alcuni settori della propria economia, equivale a dichiarare guerra agli altri paesi. La realtà è che la storia del “libero” mercato è quella di uno strumento utilizzato per garantire un sistema in cui interessi una volta apertamente imperiali – la Compagnia delle Indie Orientali, per esempio – e ora più di natura finanziaria, riescono ad aver un peso economico ancora più forte delle istituzioni politiche delle nazioni.

Il protezionismo nasce per difendersi contro i tentativi di bloccare la crescita agroindustriale di paesi proprio come gli Stati Uniti, contrastando il predominio degli imperi. Oggi l’economia mondiale è più evoluta e molto più interconnessa. Ma il sistema attuale continua a mettere gli uni contro gli altri, creando una guerra dei bassi costi che produce benefici distorti. Attuare delle protezioni per contrastare il dumping e garantire il rispetto per gli standard alti delle economie avanzate non significa fomentare la guerra, ma piuttosto respingere la competizione su fattori come il costo del lavoro. Non significa fermare i rapporti economici internazionali, ma puntare a creare un’economia di qualità, piuttosto che un gioco al ribasso.

Le misure appena annunciate dall’Amministrazione Trump mirano a punire le pratiche con cui la Cina riesce ad aggirare alcune restrizioni imposte dagli Usa spostando la produzione in paesi terzi. Non si blocca il commercio, ma non si nasconde la volontà di aiutare le imprese americane. Sentire leader politici che negano che questo sia un interesse legittimo sembra piuttosto ipocrita. Servirebbe piuttosto una discussione su quali aspetti del sistema attuale creano vero valore aggiunto, e quali sono funzionali solo ad ottenere guadagni a breve termine senza considerare la creazione di benessere diffuso e duraturo.

- Newsletter Transatlantico N. 3-2018

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