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Il ritorno delle nazioni

October 21, 2016

Politica

(free) – di Andrew Spannaus –

Negli ultimi decenni il “nazionalismo” è diventato una parolaccia, apparentemente sinonimo di chiusura, razzismo e guerre. Il processo di globalizzazione in atto da 20-25 anni invece ha portato con sé una visione di un mondo senza confini fisici, economici e sociali. Secondo questa visione assistiamo all’affermazione di un insieme di valori condivisi a livello internazionale, fatti di diritti civili e libertà economiche, che per quanto i paesi più arretrati o totalitari cerchino di resistere, diventeranno inevitabilmente il punto di riferimento per il mondo moderno. Si tratta essenzialmente della tesi della “Fine della storia” di Francis Fukuyama: la democrazia liberale e il modello del libero mercato hanno vinto nella guerra tra le ideologie, e rappresentano il culmine dell’evoluzione umana.

Gli eventi politici del 2016 stanno mettendo in crisi questa visione della globalizzazione dei diritti civili ed economici. L’elettorato americano ha sostenuto una serie di candidati outsider – primo fra tutti Donald Trump – che si sono presentati in netta contrapposizione alle proprie istituzioni sia in politica economica sia in politica estera. Contro tutte le previsioni, la popolazione del Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione europea, segnando una frattura forse irreparabile nel percorso di unificazione europea. E ci sono numerosi altri paesi occidentali in cui cresce il sostegno per forze politiche più estreme, anti-sistema, che minacciano non solo di ritirarsi dalla moneta comune e di bloccare i nuovi trattati economici internazionali, ma anche di ritornare alla chiusura dei confini per contrastare il fenomeno dell’immigrazione.

Non è fuori luogo parlare del fallimento dell’intero establishment politico transatlantico. La trasformazione post-industriale delle economie occidentali dagli anni Settanta in poi è stata sì accompagnata dalla nascita di nuovi settori economici, e di grandi cambiamenti resi possibili da tecnologie impensabili fino a poco tempo fa; allo stesso tempo però, l’affermarsi di un’economia basata principalmente sui servizi sta progressivamente svuotando la classe media, creando delle disuguaglianze notevoli. Il mondo della finanza attrae sempre più soldi – con vantaggi strutturali e risorse enormi messe a disposizione dal sistema finanziario pubblico – mentre gran parte dell’economia reale fa fatica ad andare avanti, rendendo vuoti i proclami dei governi ed alimentando il malcontento tra la popolazione.

In Europa il principale veicolo di questo processo – inutile negarlo – è stata la politica economica dell’Unione europea. Dal Trattato di Maastricht in poi i paesi europei sono stati legati in una camicia di forza monetaria, bloccando l’intervento dello stato in economia a favore di una concezione di mercato libero che in realtà ha favorito principalmente i grandi interessi finanziari. La pesante austerità inflitta a paesi come la Grecia, la Spagna e l’Italia negli ultimi anni è solo la manifestazione più evidente di un’impostazione che non solo ignora la sofferenza della gente, ma acuisce perfino il problema. Basti considerare gli effetti duraturi dell’abbattimento della produzione industriale italiana di oltre il 20% negli anni dei “tecnici”, per esempio le sofferenze che gravano sul sistema bancario.

Non significa ovviamente che ogni proposito dell’Ue è negativo, e soprattutto non significa che occorre abolire tutte le istituzioni europee e dare il via ad una situazione di conflitto tra gli stati membri. Significa che l’attuale impostazione – ben diversa da quella che ha portato “50 anni di pace” in Europa quando la cooperazione economica produceva crescita industriale – non è più sostenibile. Quando i governi sono ridotti a litigare tutti gli anni sullo 0,1% dei propri bilanci con la burocrazia di Bruxelles, mentre il fabbisogno di investimenti produttivi e infrastrutturali è nell’ordine dei trilioni, è ovvio che qualcosa deve cambiare.

La politica europea – e anche statunitense, nonostante i trionfalismi superficiali sulla ripresa dell’economia americana – deve cambiare non perché lo vuole qualcuno per motivi ideologici o per interesse proprio; deve cambiare perché non c’è altra scelta. La gente si sta ribellando contro istituzioni che non rispondono in modo adeguato al disagio economico e sociale. Così si rischia una frattura profonda tra la popolazione e i suoi governanti, che potrebbe portare ad esiti preoccupanti, anche se non proprio inediti per un continente che ha vissuto problemi in qualche modo simili 80 anni fa. L’arrivo al potere di forze impreparate e imprevedibili potrebbe provocare il crollo repentino della struttura dei diritti e dei valori a cui l’Unione dichiara di aspirare; per salvare l’Europa dunque, serve un ritorno ad una politica più incentrata sull’economia reale, sugli investimenti, sui problemi della gente. Resistere ai richiami “populisti” nel nome di mantenere la purezza del mercato libero, della concorrenza, rischia di danneggiare irrimediabilmente proprio quei valori che si dovrebbero promuovere.

Le possibilità sono due, in teoria: un cambiamento netto di impostazione delle istituzioni comunitarie, oppure un passo indietro rispetto all’annullamento della sovranità degli stati nazionali. La prima opzione sembra poco realistica, per vari motivi: la natura costituzionale di molti degli impegni presi a livello economico, il metodo di funzionamento della burocrazia comunitaria, e non ultimo, la cocciutaggine dimostrata da parte della classe dirigente europea negli ultimi anni, che non sembra proprio pronta ad abbandonare una visione elitaria della globalizzazione nonostante i forti segnali di allarme. Ne è un esempio lampante la risposta delle istituzioni Ue al voto a favore della Brexit. Piuttosto che fare autocritica, si è assistito a dichiarazioni arroganti e sdegnose: ‘peggio per voi, andate via subito’ sembra dire Bruxelles.

A questo punto pare inevitabile una riforma che riabiliti in qualche misura il ruolo decisionale delle nazioni; non perché non si vuole la cooperazione internazionale, non perché si respingono i valori condivisi, ma perché il modello perseguito dalle istituzioni sovranazionali e dai loro alleati nel mondo finanziario ha fallito, e rischia di produrre sia gravi conflitti interni, sia mancanze irrecuperabili in uno scacchiere internazionale sempre più impegnativo.

– Newsletter Transatlantico N. 71-2016

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