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L’immagine di Trump

May 2, 2016

Notizie, Politica

(free) – di Andrew Spannaus –

E’ una questione aperta se Donald Trump riuscirà a moderare la propria immagine e controllarsi qualora vincesse la nomina repubblicana per la Casa Bianca. L’outsider che guida le primarie repubblicane ha costruito il suo sostegno adottando uno stile fuori dalle righe, senza peli sulla lingua. Sembra funzionare fintanto che si cercano i voti della base repubblicana arrabbiata, ma rischia di renderlo inaccettabile quando si presenterà al resto della popolazione, più moderata e meno disposta a sorvolare sugli insulti e le sparate ad effetto.

Nelle ultime settimane Trump ha dato più potere a Paul Manafort, un veterano delle campagne presidenziali repubblicane degli ultimi quarant’anni. Manafort vorrebbe che Trump moderasse i toni e diventasse più “presidenziale”. Dietro le quinte infatti ha detto ai dirigenti del partito che la retorica aggressiva di Trump nei suoi comizi serve solo a “proiettare un’immagine” e a vincere dei voti nelle primarie. “Questa immagine cambierà” ha affermato Manafort nel corso di una presentazione al Republican National Committee.

Al candidato non sono piaciute però le attenzioni pubbliche sulla genuinità del suo contegno, dopo che i commenti di Manafort sono trapelati sui giornali. “Se mi comportassi in modo presidenziale, vi garantisco che non sarei qui” ha detto Trump lo scorso sabato nel Connecticut. E nei giorni successivi è tornato a prendere in giro gli altri candidati e ad utilizzare le parolacce per descrivere in particolare la strategia di Ted Cruz e John Kasich di riunire le forze per negare a Trump il numero di delegati necessari per evitare la cosidetta Convention aperta, in cui i delegati sarebbero liberi di cambiare il proprio voto dopo il primo scrutinio.

Infatti nonostante le recenti vittorie di Trump con margini importanti, ci vorrà ancora tempo per capire se Trump arriverà al numero fatidico di 1237 delegati prima della Convention di luglio. Di conseguenza qualcuno pensa ancora a delle manovre dietro le quinte per fermarlo, nonostante il rischio di una rivolta della base del partito di fronte ad eventuali tentativi di imporre a tavolino un altro candidato, che inevitabilmente sarebbe più in linea con le posizioni dell’establishment riguardo ai temi centrali della campagna di Trump, come la perdita dei posti di lavoro produttivi a causa dei trattati commerciali.

– Newsletter Transatlantico N. 29-2016

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