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Israele e il diritto alla difesa

Lo scontro militare tra Israele e Hamas nelle ultime settimane sta mettendo alla prova il sostegno per Israele di numerose nazioni occidentali. Buona parte dei leader politici si sentono ancora obbligati ad affermare prima di tutto il “diritto alla difesa” di Israele quando vengono sparati missili contro il suo territorio, ma come si è visto nel caso dell’amministrazione Usa, sostenere in modo acritico le operazioni militari del governo di Benjamin Netanyahu contro Gaza è fonte di crescente disagio. Infatti pur non volendo criticare Israele pubblicamente, dietro le quinte la Casa Bianca ha aumentato considerevolmente gli appelli per un cessate-il-fuoco negli ultimi giorni, contribuendo al risultato raggiunto il 20 maggio.

L’affermazione del “diritto alla difesa” richiederebbe una discussione più approfondita, molto scomoda per i sostenitori del governo Netanyahu. Si parte dagli eventi che hanno scatenato l’attuale scontro militare: la decisione delle istituzioni politiche e giudiziarie israeliane di continuare con una campagna di sfratti alle famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est. Come la politica di colonizzazione in generale, si tratta dell’esecuzione di un disegno che nei fatti mina la possibilità di una pace basata sulla creazione di uno stato palestinese nei territori occupati. In più, la polizia israeliana è entrata nella moschea di Al-Aqsa, una chiara provocazione che insieme alle manifestazioni di gruppi di giovani israeliani estremisti non poteva che portare le tensioni ad un livello di allarme.

La reazione da parte palestinese non si è fatta attendere, e Hamas ha sfruttato la situazione per riprendere l’iniziativa, avendo passato gli ultimi anni a prepararsi per il prossimo scontro. Così ha cominciato a sparare missili sulla popolazione civile, un atto che va classificato come terrorismo o crimine di guerra, nonostante avvenga nel contesto della resistenza all’occupazione, pure riconosciuta dai principi del diritto internazionale.

Su questo punto Israele afferma la propria superiorità morale, spiegando che nella sua risposta si prende a bersaglio soprattutto gli obiettivi militari. Ma la disponibilità della comunità internazionale ad accettare questa versione dei fatti sembra minore questa volta: infatti quando il risultato delle operazioni di “difesa” comporta la morte di centinaia di civili, compresi molti bambini, e quando si bombardano i palazzi che ospitano grandi organizzazioni giornalistiche, diventa più difficile parlare di semplici danni collaterali.

Con gli Accordi di Abramo la questione palestinese sembrava essere di fatto cancellata, non più un tema importante per i paesi arabi sunniti che avevano deciso di andare avanti sulla strada della normalizzazione dei rapporti con Israele. Ora la questione torna al centro del dibattito in modo drammatico, costringendo gli altri attori nella regione a pensare a quale futuro si profila con lo spostamento della politica israeliana verso destra negli ultimi decenni.

E’ infatti importante ricordare che per molti anni la maggioranza della popolazione israeliana si è dichiarata a favore di un accordo di pace con i palestinesi, e che i tentativi in questa direzioni ci sono stati, in particolare da parte del premier Yitzhak Rabin, poi assassinato proprio per via del suo ruolo nel promuovere gli Accordi di Oslo. Benjamin Netanyahu, pur continuando il dialogo con i palestinesi per alcuni anni, ha gradualmente attuato una politica che ha precluso la possibilità di raggiungere un accordo, mentre è stato sempre più condizionato da elementi di estrema destra nel mondo politico.

Alla fine si avalla quella che era stata la visione dell’ex primo ministro Ariel Sharon: creare le condizioni per cui la rappresentanza palestinese fosse nelle mani di Hamas, il gruppo più radicale e violento, permettendo ad Israele di giustificare una risposta dura piuttosto che dover impegnarsi in trattative per trovare una soluzione pacifica alla questione palestinese.

- Newsletter Transatlantico N. 18-2021

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