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Il verdetto nel caso di George Floyd

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Il poliziotto Derek Chauvin è stato condannato per omicidio di secondo e terzo grado nel processo per la morte di George Floyd. La reazione generalizzata negli Stati Uniti è stata di sollievo, perché per quanto le prove video fossero chiare in merito alla dinamica della morte di Floyd, c’era una diffusa paura che ancora una volta il sistema avrebbe protetto il poliziotto. Non è il primo caso in cui l’eccesso di violenza è evidente, ma spesso le dottrine legali che danno il beneficio del dubbio alle forze dell’ordine insieme alla solidarietà tra i colleghi permettono al poliziotto di evitare la condanna.

E’ su quest’ultimo punto che si registra una grande novità nel caso Floyd: numerosi colleghi di Chauvin hanno testimoniato durante il processo, confermando gli eccessi nel suo comportamento, rompendo quello che viene chiamato il “muro blu” dietro il quale la polizia difende i suoi a tutti i costi. Da una parte si tratta semplicemente di una presa d’atto della realtà: grazie alle prove incontestabili fornite dalla ripresa video operata da una ragazza di 17 anni era difficile negare la noncuranza di Chauvin per la vita di Floyd. Dall’altra, rappresenta un passo importante che supera – almeno in parte – la spaccatura netta tra forze dell’ordine e vittime, reindirizzando il dibattito sulle pratiche giuste e sbagliate nel lavoro di polizia.

Sono in discussione al Congresso Usa e in numerosi Stati delle riforme di legge in merito ai metodi e all’organizzazione delle forze di polizia. Si tratta di restrizioni sull’uso della forza, di modifiche ai sistemi disciplinari, e di garantire maggiore trasparenza nei casi di cattiva condotta dei poliziotti. In molti stati si sceglie di spostare le competenze verso l’alto, evitando di lasciare la sorveglianza in mano agli enti locali.

Il disegno di legge introdotto alla Camera dei Rappresentanti lo scorso 24 febbraio contiene previsioni simili in merito all’uso della forza e alla trasparenza, ma allo stesso tempo punta a rafforzare le regole e la possibilità di intervento federale su questioni di diritti civili e di discriminazione. Porterebbe anche a modifiche nelle leggi sull’immunità dei poliziotti, oltre alla restrizione del trasferimento di mezzi militari agli enti locali, il che genera il fenomeno della militarizzazione degli scontri con i manifestanti come visto durante le proteste del Black Lives Matter nel 2020.Le proposte di legge non tolgono i fondi alla polizia per spostarli ai servizi sociali. Questa richiesta, emersa a sinistra l’anno scorso sotto lo slogan di “Defund the Police”, avrebbe il sostegno di meno del 20% della popolazione, e anche di appena il 28% tra gli afro-americani, secondo i sondaggi recenti. Infatti mentre ha senso parlare di privilegiare l’intervento sociale in alcune situazioni di basso pericolo, l’idea di ridurre la presenza delle forze dell’ordine soprattutto laddove la violenza e la criminalità sono molto diffuse genera semplicemente maggiore paura tra la popolazione, che non vuole vedere la polizia come il nemico, chiede semplicemente di averla come un alleato senza atteggiamenti di prepotenza.

E’ nell’approccio della polizia nelle interazioni quotidiane che occorre effettuare un cambiamento. Mentre è ovvio che buona parte dei poliziotti non possono essere paragonati a Derek Chauvin, ci sono casi, quasi quotidiani, di situazioni in cui un piccolo errore o interazione scatena un’escalation che mette a rischio la vita di una persona. E’ qui che la polizia deve effettivamente cambiare: è impensabile che un’infrazione stradale o la bravata di un teenager possa portare alla morte. E uno degli elementi fondamentali è la prepotenza dimostrata dalle forze dell’ordine: voler che il cittadino ascolti e ubbidisca a tutti i costi. E’ certamente legittimo richiedere rispetto per il ruolo della polizia, ma il fatto che una persona si agiti, obietti perché non capisce perché è stata fermata, o perfino scappi perché ha paura, non significa che bisogna passare subito all’utilizzo delle armi.

Lo ha scritto il poliziotto Patrick Skinner della Georgia sul Washington Post in questi giorni: ci vuole empatia, e capire gli atteggiamenti dei nostri vicini; bisogna rallentare, evitare l’escalation laddove non ci sono pericoli imminenti; e la sottomissione a tutti i costi del cittadino non deve essere l’obiettivo. Non è sempre facile incassare le scorrettezze di una persona contrariata, indisciplinata e magari anche in uno stato alterato; ma qui entra in gioco l’addestramento alla riduzione del conflitto – già presente ma che va potenziato – per evitare quel tipo di situazione che ormai vediamo troppo spesso nei video pubblicati dai media, dove dal nulla si passa ad uno scontro di vita e di morte.

- Newsletter Transatlantico N. 15-2021

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