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Sanders vuole tassare chi paga stipendi troppo bassi

September 13, 2018

Economia, Notizie Brevi, Politica

(free) - di Andrew Spannaus -

Il Senatore Bernie Sanders, ex candidato alla Casa Bianca che continua a svolgere un ruolo importante nel dibattito populista negli Stati Uniti, ha introdotto una proposta di legge il 5 settembre che imporrebbe una tassa sulle grandi società che pagano troppo poco i loro dipendenti. Le società nel mirino sono Amazon, Walmart e anche altre come McDonald’s, Burger King, e perfino American Airlines. Secondo Sanders la paga dei loro dipendenti è così bassa che sono costretti a chiedere aiuti pubblici, comportando un grande costo per il sistema del welfare, che si traduce di fatto in un sussidio ai datori di lavoro.

Il ddl è intitolato “Stop Bad Employers by Zeroing Out Subsidies”, o “Stop BEZOS”, prendendo di mira direttamente il fondatore di Amazon Jeff Bezos. La norma fisserebbe una tassa sulle aziende equivalente alla cifra che viene spesa dallo stato per sostenere i lavoratori, che spesso rimangono sotto la soglia della povertà. Secondo uno studio del 2015 dell’Università della California, Berkeley, attraverso programmi pubblici per la sanità, i pasti e la casa, la spesa totale che il settore pubblico sostiene per questi ‘poveri che lavorano’ sarebbe più di 150 miliardi di dollari all’anno.

Amazon contesta le accuse di Sanders, cercando di dimostrare quanto fa di bene per l’economia americana, ma non riesce a nascondere il fatto che molti dei loro lavoratori guadagnano tra 11 e 13 dollari all’ora, una cifra sopra il salario minimo, ma a volte insufficiente ad evitare di finire sotto la soglia della povertà, principalmente per chi ha dei figli.

Sanders ha messo i riflettori anche sull’utilizzo improprio del lavoro part-time. E’ noto che Walmart, per esempio, fissa una soglia di 29 ore settimanali per molti lavoratori, il che permette di non offrire dei benefits come l’assistenza sanitaria. Anche Amazon è accusata della stessa pratica, nonostante la volontà di molti di lavorare a tempo pieno.

La nuova proposta di legge mira soprattutto a stigmatizzare le pratiche delle grandi società che fanno grandi profitti attraverso lo sfruttamento dei bassi costi non solo nei paesi più poveri in altre parti del mondo, ma anche all’interno degli Stati Uniti. Non è un segreto che la globalizzazione ha fatto abbassare i salari e ha reso più precario il lavoro, ma in questo caso non si tratta di forze incontrollabili del commercio internazionale, ma di politiche intenzionali attuate da società americane.

Si potrebbe argomentare che è necessario tenere i costi bassi per rimanere competitivi, ma nel caso di giganti come Amazon e Walmart, sono piuttosto loro che fanno la competizione verso il basso, portando al fallimento i commercianti più tradizionali.

In questo momento la disputa sul livello dei salari diventa particolarmente attinente perché le statistiche sull’occupazione mostrano una congiuntura favorevole. Se ci sono tanti posti di lavoro disponibili, allora di regola dovrebbe esserci un aumento dei salari. In termini nominali questo processo è iniziato negli ultimi mesi, ma le statistiche del Dipartimento del Lavoro Usa dimostrano che in termini reali, cioè dopo aver aggiustato i numeri per l’inflazione, i salari non sono cresciuti; anzi, negli ultimi anni sono lentamente continuati a diminuire.

Di conseguenza gli elettori non percepiscono il miglioramento – come dimostra anche un recente sondaggio della Quinnipiac University, in cui il 58% degli intervistati ha detto che l’Amministrazione Trump non sta facendo abbastanza per la classe media. E’ un numero che il presidente farebbe bene a tenere in considerazione, in quanto in vista delle elezioni mid-term tra due mesi, è portato naturalmente a vantarsi della grande crescita economica in corso. Rivendica la maggiore occupazione e anche il taglio delle tasse, che dovrebbe permettere l’aumento degli investimenti dentro gli Stati Uniti. Tuttavia, come abbiamo scritto a suo tempo, la strategia di fare rientrare i capitali dall’estero per incoraggiare nuove attività manifatturiere è insufficiente da sola, cioè senza altre misure che garantiscano l’utilizzo di quelle risorse nell’economia reale. Infatti, come previsto (Transatlantico n. 52-2017), sono aumentati soprattutto i riacquisti delle azioni proprie (stock buybacks), che aiutano principalmente chi i soldi già li ha. Allo stesso tempo il grande piano per le infrastrutture, che doveva essere la terza gamba della strategia economica di Trump, è stato rimandato all’anno prossimo, quando tra l’altro la situazione politica al Congresso potrebbe essere decisamente meno favorevole per il presidente.

E’ interessante notare comunque che anche Trump ce l’ha con Bezos. Accusa Amazon di non pagare sufficienti tasse e di approfittare di un accordo troppo favorevole con le poste americane per ottenere di fatto un sussidio pubblico. Amazon nega, naturalmente, ma è poco probabile che Trump ci ripenserà su Bezos, che è anche proprietario del Washington Post, giornale della capitale che guida la “resistenza” contro l’attuale inquilino della Casa Bianca.

- Newsletter Transatlantico N. 29-2018

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