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Riciclaggio e attività criminali: intervista a Maureen Mutua

July 22, 2018

Economia, Notizie Brevi

- (free) - Paolo Balmas – luglio 2018

Transatlantico ritorna sul tema del riciclaggio, anni dopo uno dei nostri primi post, un’intervista con Antonio Maria Costa, ex direttore della United Nations Office on Drugs and Crime.

Paolo Balmas ha intervistato Maureen Mutua, esperta di antiriciclaggio, laureata in Business Administration all’Università di Bolton e attualmente residente negli Emirati Arabi Uniti, dove svolge la sua professione. Oltre all’antiriciclaggio, nella sua carriera si è occupata di client due diligence, sanzioni economiche, frodi e corporate governance. Il suo libro, Mastering Anti-Money Laundering (attualmente disponibile solo in lingua inglese), è una straordinaria introduzione al poco conosciuto, complesso e grigio mondo del riciclaggio di denaro. Paolo Balmas ha avuto il piacere di incontrarla e di porle alcune domande le cui preziose risposte ci aiutano a comprendere più a fondo questo tema di scottante attualità.

Maureen Mutua

Perché ha scritto un libro sull’antiriciclaggio di denaro?

Perché attraverso la mia personale esperienza di vita in generale e nel settore in particolare, mi sono resa conto che molte persone non comprendono quali siano i gravi danni che il riciclaggio di denaro può portare nel lungo termine, e quanto sia deteriorante per l’intera società un sistema finanziario di cui non ci si può fidare. Volevo che capissero che non pretendere un sistema finanziario credibile consiste nell’accettare la corruzione e così dare forza e normalizzare la criminalità. Inoltre, volevo diffondere la consapevolezza di quanto il riciclaggio sia radicato nelle nostre istituzioni finanziarie e quanto i comuni cittadini possano essere sfruttati per facilitarlo. E, infine, volevo anche fornire raccomandazioni di best practice su come le istituzioni finanziarie possono tutelarsi per non divenire uno strumento per il riciclaggio.

In breve, come funziona il riciclaggio di denaro?

Il processo comincia con un criminale che vuole “pulire” i fondi accumulati dalle sue attività. Tali attività vanno dal traffico di droga alle estorsioni e sequestri, dall’acquisizione fraudolenta dei fondi di un’impresa privata alla corruzione relativa all’assegnazione di finanziamenti pubblici. Il primo passo consiste nell’inserire il denaro nel sistema finanziario legale. Questa fase è chiamata piazzamento. La fase successiva è la stratificazione. Questa consiste nel convertire i fondi in strati complessi di transazioni finanziarie, per cancellare le tracce lasciate dallo spostamento di denaro. Il riciclatore nasconde le tracce attraverso una serie di intricate tecniche che confondono la storia del denaro, nel caso questo sia sottoposto a un’investigazione. L’ultima fase è l’integrazione, che permette di reintegrare nel sistema economico, sotto un velo di legittimità, i soldi “lavati”. In questa fase, dopo essere passato attraverso i meccanismi della finanza, il denaro è considerato legale e può essere utilizzato dai criminali, che così sono diventati ricchi illegalmente.

Il riciclaggio riguarda prima di tutto i proventi del traffico di droga e di armi. Ciò mette in relazione la criminalità organizzata al sistema bancario. Qual è l’estensione di questo binomio oggi?

La criminalità si è avvalsa dei centri finanziari offshore e di quelle giurisdizioni che mantengono il segreto bancario, quanto dei paradisi esistenti all’interno del sistema, al fine di facilitare il riciclaggio. Le leggi sulla segretezza permettono ai clienti di eseguire operazioni riservate che non possono essere sottoposte a controlli. Quando un’istituzione finanziaria non è obbligata a rivelare le attività di un cliente a una banca o a un’autorità di controllo finanziario, diventa molto facile per un trafficante di droga sfruttare tale giurisdizione perché non vi è l’obbligo di ottemperanza alle leggi sull’antiriciclaggio. A causa delle leggi sulla segretezza gli investigatori non possono ottenere le prove necessarie per incriminare. Non si possono accusare solo le banche, visto che vari governi permettono ai propri paesi di divenire paradisi finanziari. Per affrontare il crimine organizzato, i governi devono promuovere la trasparenza sia bancaria che relativa alla costituzione d’impresa, in modo di impedire ai criminali di sfruttare specifiche giurisdizioni bancarie con la facilità e il relativo beneficio, come avviene oggi.

Il coinvolgimento delle banche nelle attività di riciclaggio implica la produzione di documenti necessari per rendere i soldi puliti. Se accettiamo che il riciclaggio implica l’esistenza di tali documenti, dobbiamo anche accettare il fatto che una parte degli eserciti di colletti bianchi nei nostri centri finanziari sia direttamente coinvolta nelle attività criminali. Cosa ne pensa?

La responsabilità degli impiegati nelle banche consiste nel segnalare una transazione sospetta che riguardi spostamenti di denaro superiori a una certa cifra. La segnalazione viene poi inviata alle autorità d’intelligence finanziaria per le investigazioni. Le banche non hanno l’obbligo di perseguire i criminali, ma sono obbligate a riportare qualsiasi attività sospetta relativa al conto di un loro cliente. Perciò non possiamo dire che le banche sono sempre direttamente coinvolte in attività criminali, ma non segnalare un grande deposito, in contanti o assegni, che attira l’attenzione e risulta privo di giustificazioni, può essere motivo sufficiente per ritenere la banca colpevole di facilitare il riciclaggio.

Il coinvolgimento delle grandi banche e dei loro apparati burocratici fa sorgere il sospetto che a volte le autorità chiudano un occhio. Il riciclaggio permette l’inserimento di una quantità immensa di contanti nel sistema. È possibile che ci sia stata una tacita approvazione di tale pratica, o che esista una zona grigia in cui le è permesso di prosperare?

Investigare in modo efficace su un crimine di riciclaggio è una cosa molto complessa. Tutti gli addetti devono trattare i rapporti riguardanti quelle operazioni sospette segnalate alle autorità. Le difficoltà sono amplificate dal fatto che, in molti casi, i paradisi finanziari garantiscono un elevato livello di segretezza, che di fatto scherma i riciclatori dall’essere indagati e incriminati. Nell’aprile 2018, il Parlamento Europeo ha promulgato la Quinta Direttiva antiriciclaggio, che raccomanda la creazione di un registro pubblico di titolari effettivi in cui siano iscritti tutti i titolari e le strutture di entità straniere, che indichi come questi siano connessi alle rispettive giurisdizioni. Sono convinta che un sistema così trasparente incida sulle zone grigie, aiuterà certamente a ridurre il riciclaggio e a perseguire chi lo pratica.

Negli ultimi anni, l’attenzione è stata puntata sul traffico di esseri umani relativo alle migrazioni di massa attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Le migrazioni sono strettamente connesse a fenomeni terroristici e d’insurrezione e, in parte, seguono o ricalcano le dinamiche dei traffici di armi, droga e materie prime in tutta la regione del nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa. Dal punto di vista dell’antiriciclaggio, dobbiamo prendere in considerazione l’esistenza di un comune denominatore?

Assolutamente, il crimine organizzato, i gruppi terroristici e i trafficanti di esseri umani vogliono che le risorse finanziarie prosperino, anche per sostenere le proprie attività. Utilizzano il sistema finanziario legale per accedere ai capitali. In base all’ampiezza e alla scala delle loro operazioni, utilizzano differenti prassi monetarie per finanziare le attività. Per le operazioni più modeste, tendono a sfruttare il sistema bancario informale, come il metodo tradizionale del hawala; mentre per le grandi operazioni, utilizzano il sistema finanziario ordinario. La responsabilità di rimanere vigili affinché le loro fonti di finanziamento siano distrutte e non gli venga permesso di accedere ad altre fonti, ricade sui governi e sulle istituzioni finanziarie. Le politiche governative hanno bisogno di evolversi in fretta per contrastare questo incremento di attività criminali. Prima che questi gruppi sfuggano di mano, al fine di accelerare le investigazioni, dovrebbero essere istituite commissioni di crisi formate da gruppi di specialisti, esperti in antiriciclaggio e in finanziamento del terrorismo, da autorità giudiziarie, da ufficiali delle forze dell’ordine e da rappresentanti istituzionali di alto livello.

Il fenomeno del riciclaggio è stato messo in relazione alla crescita delle reti bancarie in paesi le cui economie non sono abbastanza evolute in termini di ampiezza e complessità per giustificare tale crescita. Pensa che la crescita delle reti bancarie nei paesi dell’ex Iugoslavia possa fornire un esempio?

Un qualsiasi paese privo di leggi restrittive sull’antiriciclaggio e sulle operazioni bancarie in generale, come un qualsiasi paese in cui sussiste un elevato tasso di corruzione, si presta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Tale mancanza di fatto facilita il riciclaggio. Un’investigazione denominata Russian Laundromat condotta dall’OCCRP e da una commissione speciale dell’UE, è stata svolta dall’Unione Europea per comprendere il perché del coinvolgimento delle proprie banche e perché il sistema dell’antiriciclaggio non funzionasse. Si trattava del più ampio meccanismo di riciclaggio messo in piedi nell’Europa orientale e coinvolgeva ventuno shell companies britanniche, cipriote e neozelandesi, oltre a banche russe e moldave. Al tempo, la comunità moldava delle forze dell’ordine non era abbastanza sofisticata per comprendere cosa stesse succedendo. Le investigazioni hanno provato che alcune banche internazionali avevano direttamente o indirettamente contribuito al riciclaggio di circa 80 miliardi di dollari provenienti dalla Russia, fra il 2010 e il 2014. I soldi lasciavano la Russia e venivano spostati prima in Moldavia e in Lituania; da qui venivano distribuiti in altri 96 paesi. Questi soldi sono stati lavati da cinquanta grandi banche malgrado tutte queste avessero un meccanismo di antiriciclaggio in vigore. Sono riusciti a rendere quei soldi disponibili a 5140 imprese che possedevano conti correnti in 732 banche, in 96 paesi. In base a ciò, il riciclaggio è un fenomeno globale e non può essere ascritto a una regione specifica.

Antiriciclaggio: cosa fare e come? Siamo di fronte alla necessità di una riforma del sistema finanziario?

Una delle migliori soluzioni è la trasparenza. La trasparenza applicata ai centri finanziari offshore, alle giurisdizioni che garantiscono il segreto bancario, nei maggiori paradisi finanziari. Questi sono i maggiori facilitatori del riciclaggio. Un’altra soluzione risiede nelle nuove tecnologie come la blockchain, che permette l’accesso alla registrazione di ogni singola operazione mai fatta, raccolte e disponibili in un vasto numero di computer. A livello teorico, la blockchain è utile perché offre un modo sicuro di memorizzare i dati relativi alle transazioni finanziarie e perché ogni singola transazione risulta direttamente legata alla precedente e alla successiva. La blockchain può migliorare l’antiriciclaggio risolvendo i problemi relativi ai limiti di giurisdizione, fornendo l’accesso senza restrizioni ai dati, allo scopo di condividere l’intelligence finanziaria attraverso i confini. Ciò rivoluzionerebbe la capacità di prevenire il riciclaggio.

Dal punto di vista dell’antiriciclaggio, ha qualche consiglio per le istituzioni europee in visione dell’Unione bancaria europea?

L’Unione bancaria nell’UE è sulla giusta strada, visto che è stato proposto il registro pubblico di titolari effettivi. Ciò di cui l’UE si deve preoccupare è la reputazione di alcune sue giurisdizioni note per il segreto bancario e per essere centri finanziari offshore, che facilitano il riciclaggio di denaro.

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