Churchill

L’Italia e la Gran Bretagna

February 19, 2016

Politica, Storia

- Analisi di Andrew Spannaus -

In questi anni di crisi si sente spesso dire che serve “più Europa”. E’ opinione diffusa che per poter contare nel mondo l’Italia deve legarsi più strettamente alle altre grandi potenze europee; da sola conta poco, e dunque sarebbe necessario vincere le resistenze alla cessione di sovranità e andare verso la costruzione di un governo europeo.

Questo ragionamento affronta principalmente una questione di forma, cioè come i paesi europei devono organizzarsi per andare incontro ai cambiamenti economici della globalizzazione, e all’ascesa delle potenze asiatiche. Troppo poco invece i fautori della posizione “più Europa” approfondiscono la questione sostanziale della politica che dovrebbe legare insieme il continente.

L’Europa si è già data una serie di regole, soprattutto in campo economico. Il problema è che queste regole si sono dimostrate terribilmente insufficienti rispetto ai problemi attuali; i parametri di bilancio, l’austerità e le “riforme strutturali” basate su principi liberisti tendono a consolidare la preminenza di una certa élite finanziaria, mentre indeboliscono la classe media e le attività produttive. Paradossalmente sono le formazioni politiche più di sinistra che inneggiano maggiormente all’Europa, mentre allo stesso tempo dovrebbero criticare il fallimento delle politiche economiche della stessa.

Dunque si pone un dilemma: che senso ha rafforzare l’Europa se i principi cardini dell’Unione sono insufficienti – nel migliore dei casi – a promuovere il benessere dei popoli europei? E’ ipotizzabile stringersi di più e poi correggere gli errori dopo, o serve una revisione fondamentale delle basi dell’Unione prima di prendere in considerazione una ulteriore cessione di sovranità?

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