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John Bolton

La finta fronda di Bolton

June 25, 2020

Politica, Strategia

(free) – di Andrew Spannaus –

Ancora una volta i media sono entrati in escandescenza per le rivelazioni di un insider in merito alla presidenza Trump, questa volta con il libro dell’ex Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton The Room Where it Happened. I lettori di Transatlantico conoscono bene Bolton, il repubblicano più aggressivo in politica estera degli ultimi anni, che secondo Trump stesso voleva fare la guerra a tutti. E’ stato per questo che il presidente lo ha licenziato nel settembre del 2019, correggendo il suo errore precedente di aver pensato che potesse essere utile come membro della squadra di politica estera della Casa Bianca.

Nel suo libro Bolton ci dice questo: Trump ha solo degli istinti, non una politica coerente. Sa poco, non si informa, e mette i suoi interessi politici in primo piano. Non si tratta di grandi rivelazioni, ma piuttosto di verità che può vedere chiunque senza entrare nella stanza dei bottoni. Certo, Bolton ci dà dei dettagli, che per il Washington Post possono fare scandalo, ma nessuno dovrebbe sorprendersi, per esempio, a sapere che nel cercare di raggiungere un accordo commerciale con la Cina Trump pensava anche a portare dei benefici agli agricoltori per essere poi aiutato nelle prossime elezioni.

La preoccupazione principale di Bolton, però, è che Trump non lo voleva ascoltare. Il peccato più grande del presidente è stato di aver deciso all’ultimo minuto di non bombardare l’Iran nel giugno del 2019. Per Bolton e molti altri nelle istituzioni americane, era finalmente arrivato il momento che aspettavano da anni, o meglio decenni: la provocazione giusta per scatenare un attacco a Teheran. Ma il presidente decise che uccidere 150 iraniani non era una risposta proporzionata all’abbattimento di un drone; e non voleva certamente rischiare di provocare un escalation. Per Bolton, si è trattato della “cosa più irrazionale che abbia mai visto fare da parte di un presidente”, e racconta l’orrore suo e di Mike Pompeo di fronte a questa dimostrazione di cautela da parte di Trump, e i tentativi di fargli cambiare idea, ma era impossibile convincerlo perché pensava solo al problema dei presunti 150 morti iraniani.

Dunque sui contenuti è difficile prendere Bolton suo serio, a non che uno abbia l’obiettivo di spingere Trump a fare il contrario di quanto ha sempre promesso, cioè di lanciare una nuova guerra in Medio Oriente (evidentemente Bolton pensava di riuscirci). Ma a livello politico? Molti si chiedono se questo strappo possa danneggiare il presidente, visto tra l’altro in aggiunta alle numerose critiche rivolte a Trump dal mondo militare nelle ultime settimane per il suo tentativo di mobilitare l’esercito per placare le proteste per strada in risposta alle violenze della polizia.

La voce di Bolton non sposterà alcun voto. Chi è convinto che Trump non sia un “vero conservatore” perché non vuole fare le guerre e non si preoccupa del deficit difficilmente aspettava la conferma di questa impressione da parte dei neocon. E’ vero, tuttavia, che si è vista una frattura pubblica tra le istituzioni militari e Trump: Colin Powell lo aveva già criticato nel 2016, quindi anche questo non rappresenta una novità, ma per il presidente dover subire le critiche pubbliche dei propri generali non fa certamente bene. Gli ufficiali in divisa di solito non parlano, e quando Trump si presenta come il difensore dell’ordine pubblico, essere smentito dai militari dimostra che ha oltrepassato una linea istituzionale, non solo politica.

Questo errore di valutazione in merito alle proteste, oltre alla gravità della crisi provocata dal coronavirus, sono alla base del crollo di Trump nei sondaggi nelle ultime settimane. Già prima la strada era in salita per il presidente, ma ora il divario con Biden sta aumentando a livelli che potrebbero presto diventare insuperabili. Tra l’altro il numero dei contagiati continua a crescere in molti stati americani, in quanto si è privilegiata la riapertura dell’economia alle misure di contenimento; uno scambio comprensibile in alcune aree, ma che potrebbe risultare catastrofico in altre, come stiamo vedendo in Florida per esempio, stato che da solo ha appena superato la soglia di 4 mila nuovi casi al giorno.

Ci sono ancora oltre 4 mesi prima delle elezioni di novembre, quindi non si possono escludere altri eventi con un impatto decisivo sulla corsa elettorale. In più, il vantaggio di Biden, attualmente oltre 9 punti di media, andrebbe decurtato di 3-4 punti per via di fattori tecnici dei sondaggi – che ancora non valutano chi veramente andrà a votare – e per il fatto che Trump può anche vincere con la minoranza dei voti, come dimostrato nel 2016. Tenendo in considerazione questi fattori, il vantaggio di Biden è ancora significativo in questo momento, ma non impossibile da colmare. Ma non sarà certamente John Bolton ad affossare il presidente; tra il virus, la precarietà dell’economia, e gli errori di valutazione del presidente, Trump ha problemi ben più gravi di un ex Consigliere per la sicurezza nazionale amareggiato perchè non è riuscito a raddoppiare sulla politica di cambiamento di regime.

– Newsletter Transatlantico n. 20-2020

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