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Gli investimenti diretti Usa in Cina aumentano, insieme alle accuse

September 9, 2019

Economia, Notizie

– (free) – di Paolo Balmas –

Gli investimenti diretti degli Stati Uniti in Cina sono in crescita malgrado i contrasti politici e l’irrigidimento delle posizioni sul fronte degli scambi commerciali. Il dialogo per un’intesa ed un eventuale firma di un trattato commerciale fra le due potenze, riprenderà solo in ottobre. Nel frattempo la guerra continua. Soprattutto quella mediatica. L’attacco da Occidente contro Pechino riguarda alcuni punti precisi dell’espansione economica cinese. Il primo fra questi è la trappola del debito dietro la politica d’investimento che Pechino persegue nei paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche europei, in particolare quelli della sfera ex-sovietica coinvolti nella Belt and Road Initiative (BRI). Il secondo è relativo al settore dell’informatica, con l’attacco a Huawei in primo piano. La società è accusata di essere uno strumento del governo cinese per spiare le economie occidentali attraverso le future reti 5G. Per tale ragione ne deve rimanere fuori.

La situazione è certamente più complessa. Huawei rappresenta una minaccia anche per altre ragioni. Con il suo Polar Code è entrata direttamente in competizione nella sfera degli standard informatici, dove gli Usa non avevano rivali. Almeno non di tale livello. Una delle grandi lacune europee è proprio l’assenza di grandi firme informatiche capaci di competere a livello globale, in particolare con i giganti statunitensi. Con Huawei gli Usa hanno scoperto di non essere più soli e di avere competitor difficili da battere, mentre l’Unione Europea accusa ancor di più il peso della sua arretratezza a causa dell’innovazione tecnologica cinese in ambito informatico. Di mezzo rischiano di andarci quei paesi che stanno collaborando con Huawei, come l’Italia, che non sembrano avere più la certezza di vedere il frutto degli investimenti effettuati. Le limitazioni imposte dall’amministrazione Trump a Huawei, che impediranno l’accesso al mercato della componentistica statunitense (necessario alla sopravvivenza stessa di Huawei), entreranno in vigore il prossimo novembre. A meno che non verranno nuovamente rinviate o ritirate per sempre.

Il caso Huawei è stato indicativo per molti analisti, i quali considerano il fatto come l’inizio del divorzio fra l’economia americana e quella cinese, cioè la fine di un’era. Tuttavia, l’apertura del settore finanziario cinese operato negli ultimi mesi e l’aumento degli investimenti Usa in Cina fanno presagire piuttosto un nuovo accordo matrimoniale, che porterà Washington ancora una volta a vantare una posizione privilegiata all’interno dell’economia cinese. Si comprende che l’obiettivo di Trump, e più in generale degli Stati Uniti al di là dell’attuale amministrazione, non sia solo quello di trovare un maggiore equilibrio nella bilancia commerciale con la Cina. La guerra in corso ha obiettivi a lungo termine che vanno ben oltre il commercio. Se da un lato si comprendono le linee generali del progetto cinese, fra integrazione nel sistema finanziario e sviluppo infrastrutturale a livello mondiale, sembra più difficile determinare quali siano gli obiettivi reali americani. E si mette addirittura in dubbio che un progetto europeo esista.

Bruxelles sembra seguire le correnti. Da un lato, nell’ultimo Strategic Outlook di marzo 2019, la Commissione definisce la Cina un “rivale sistemico”. Dall’altro, l’Italia e il Lussemburgo entrano nella BRI e, in generale, l’integrazione cinese nel sistema finanziario europeo viaggia su corsie preferenziali che solo in apparenza sono distaccate dall’economia reale, ma che invece servono i bisogni strategici delle imprese cinesi (ed europee) che stanno costruendo la nuova Via della Seta. Le contraddizioni europee non sono poi così distanti da quelle che caratterizzano gli Stati Uniti. Tuttavia, la politica di Trump ottiene parziali successi. Il gap dello scambio commerciale con la Cina si sta assottigliando e nell’insieme le esportazioni aumentano. Soprattutto grazie al settore degli idrocarburi. Non si tratta solo delle esportazioni di materie prime, cioè gas e petrolio, ma anche di attrezzature e macchinari per l’estrazione, di cui gli Usa sono importanti produttori a livello mondiale.

Intanto, la guerra mediatica continua. Huawei ha lanciato questa settimana una forte accusa contro il governo americano riguardo a una serie di attacchi informatici che la compagnia ha subito negli ultimi mesi. Invece, gli Usa hanno attaccato la Cina sullo sfondo dell’Indian Ocean Conference, che si è svolta nelle Maldive. L’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Corea del Sud, Harry Harris, che per altro è stato in passato a capo del Pacific Command del Pentagono, ha criticato durante il suo intervento il governo cinese per la sua politica nello Xinjiang contro la minoranza musulmana degli uiguri; per la politica militare nel Mar cinese meridionale; infine, per le operazioni economiche relative alla BRI. Le critiche hanno scatenato una lite fra l’ambasciatore e il rappresentante cinese del Ministero degli affari oceanici e di confine. I toni si alzano e, con ogni probabilità, continueranno ad alzarsi fino all’incontro di ottobre, sempre che si voglia e si riesca a renderlo possibile.

– Newsletter Transatlantico N. 25-2019

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