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Trump rally

La prima incriminazione di Trump

April 8, 2023

Politica

– di Andrew Spannaus –

Con i fari dei media nazionali e internazionali puntati sul Tribunale distrettuale di New York, Donald Trump è stato incriminato per aver falsificato i conti delle sue attività per coprire il pagamento di 130 mila dollari alla “adult film star” Stormy Daniels. Il reato non è il pagamento in sé, ma il fatto che ha voluto detrarre questa spesa definendola come una spesa pagata al suo ex avvocato Michael Cohen, e in più che si tratta di soldi spesi per nascondere uno scandalo che avrebbe danneggiato la sua campagna presidenziale del 2016. Essendo dunque pagamenti fatti con un fine “elettorale”, sarebbero stati soggetti alle regole sul finanziamento della politica.

È quest’ultimo aspetto che il Procuratore Alvin Bragg ha utilizzato per accusare Trump di una serie di felonies, la definizione di un reato di rango superiore nell’ordinamento americano, invece di un misdemeanor, cioè un comportamento illecito di portata minore. La distinzione è cruciale, in quanto un felony in merito al finanziamento politico permette di superare il termine di prescrizione che altrimenti sarebbe stato di appena due anni, e quindi scaduto da tempo.

La risposta di Trump, naturalmente, è che si tratta di una persecuzione politica, essendo Bragg un procuratore eletto come democratico (nel sistema giudiziario dei singoli stati negli Usa buona parte dei procuratori viene scelto tramite voto popolare), e non ha mai nascosto la volontà di perseguire Trump. Inoltre, è riconosciuto che l’utilizzo dei meccanismi spiegati sopra per l’incriminazione rende questo caso in qualche misura debole, in quanto basato su un costrutto legale tutto da validare.

Dall’altra parte, Bragg, pur essendo democratico, non è un politico ma un procuratore professionista, avendo lavorato anche nella procura federale all’inizio della sua carriera. E ha dovuto portare le prove davanti ad una giuria popolare. Sa anche che incriminare Trump non è come perseguire un cittadino qualsiasi: è certo che il processo arriverà in aula, a differenza di quanto succede usualmente negli Usa dove circa il 97% dei procedimenti viene patteggiato. E quindi dovrà vincere in tribunale, in una battaglia serrata contro la squadra dei legali dell’ex presidente. Per quanto possa essere anti-Trump, sarebbe sprovveduto incriminarlo senza una buona possibilità di successo.

L’altro pericolo di questo atto di accusa è che porti ad una politicizzazione della giustizia, che in parte potrebbe addirittura aiutare Trump nella sua campagna per ottenere di nuovo la nomina repubblicana per la Casa Bianca. La prima cosa da capire è l’effetto che il procedimento di New York avrà sulle altre indagini in corso: in Georgia, dove un altro gran giurì sembra pronto ad accusarlo di aver tentato di “alterare in modo illegale l’esito delle elezioni del 2020”, e a livello federale, dove si indaga sul tentativo di bloccare la transizione presidenziale nel 2021 e sulla mancata riconsegna dei documenti classificati. È possibile che saranno annunciati altri atti di accusa su temi più pesanti nei prossimi mesi.

Dal punto di vista istituzionale, si tratta di uno scenario anche auspicabile, proprio per evitare che le accuse a Trump poggino principalmente sulla questione dei pagamenti alla Daniels, e invece si leghino al tema ben più significativo della minaccia al sistema democratico. È indubbio che in un caso di questo tipo sarebbe meglio mettere in chiaro i veri motivi per cui Trump viene considerato un pericolo per il paese, piuttosto che doversi affidare ad un’interpretazione insolita delle leggi dello stato di New York. Ed è possibile che succederà proprio questo, cioè che al Dipartimento di Giustizia ora saranno meno restii ad accusare Trump formalmente, visto che la diga ormai si è rotta. Non toglie la necessità di essere sicuri di avere un caso forte anche a livello federale, ma i procuratori federali non si devono più preoccupare della politicizzazione, già una realtà; semmai sarà il contrario, in quanto serve ribadire che Trump deve rispondere davanti alla legge, e non solo per motivi politici.

In merito al caso newyorchese, Trump afferma di non aver mai incontrato la Daniels, e nemmeno la modella di Playboy alla quale una rivista pagò 150 mila dollari pochi mesi prima con lo stesso scopo, di evitare di svelare un’avventura sessuale. Che qualcuno creda o no alla versione di Trump è poco rilevante: i suoi sostenitori sono convinti che le accuse vengono mosse solo perché lui rappresenta una minaccia allo “stato profondo”. Infatti molti sono pronti ad ammettere che avrà pure registrato le spese in modo errato, ma che si tratta di una questione minore, con un’indagine pilotata per farlo fuori politicamente.

Trump conta su questo, e quasi tutti i politici repubblicani ripetono la stessa linea, sentendosi costretti a difendere l’ex presidente anche se ci sarebbe una volontà ampia di lasciarlo nel passato e trovare un nuovo candidato per il 2024. Questo fenomeno sembra validare la teoria che l’incriminazione aiuterà Trump per le primarie, ma su questo punto rimane ancora da vedere come si svilupperà la situazione nei prossimi mesi. Mentre è vero che si consolida la base, la dirigenza del partito sa bene che Trump farebbe molto fatica a vincere contro un democratico nel 2024: non solo ha già perso nel 2020, e ha portato male nel 2022, ma i problemi giudiziari serviranno solo a rafforzarne l’immagine negativa per quella maggioranza della popolazione che lo ha già respinto.

Tutto può succedere, naturalmente, considerando anche la probabilità che sarà di nuovo Joe Biden il candidato democratico, e che questi avrà quasi 82 anni al momento del voto. Ma nei prossimi mesi i repubblicani dovranno affrontare questo dilemma: come convincere i loro elettori che Trump li porterebbe alla sconfitta un’altra volta, ma senza ripudiare in toto la persona e rischiare di perdere l’energia della base del partito.

Finora l’unico candidato che si è dimostrato capace di parlare sia alla base sia all’establishment è stato Ron DeSantis, che però ha perso quota nelle ultime settimane. In più, la sua virata sull’Ucraina ha provocato qualche preoccupazione a Washington, dimostrando che l’establishment ha gli stessi problemi oggi che aveva 7 anni fa: vuole convincere la gente che Trump sia cattivo, ma non ha ancora accettato la necessità di un cambiamento sostanziale su temi come gli interventi militari all’estero e la necessità di abbandonare i tentativi di attuare forti tagli allo stato sociale.

Ironicamente, su temi economici Joe Biden, con la ripresa della politica industriale e la linea dura nella competizione con la Cina, ha raccolto l’eredità di Trump più di quanto non abbia fatto gran parte del partito repubblicano. Su questi temi a Washington c’è un sostanziale consenso istituzionale, ma non pochi repubblicani sembrano scalpitare per tornare ai vecchi modelli della globalizzazione liberista contro cui gli elettori si sono ribellati sia a destra che a sinistra. Se i dirigenti repubblicani non si mostreranno in grado di cambiare e andare incontro alle istanze popolari, faranno fatica a fermare Donald Trump, e sarà solo colpa loro.

– Newsletter Transatlantico N. 10-2023

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