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Lettera aperta alla Commissione Affari Costituzionali

September 20, 2011

Economia, Interventi, Storia

Investire, non tagliare

La lezione del Sistema Americano di Economia Politica

I componenti delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato sono chiamati a deliberare sulle decisioni europee, prese nell’ambito del Patto Euro Plus, di costituzionalizzare l’obbligo del pareggio di bilancio. Ogni membro del Parlamento sa che deve affrontare questo compito in quanto rappresentante della propria nazione, e non nella veste di un servitore delle istituzioni sovrannazionali. Per questo motivo, occorre esaminare più a fondo la bontà della proposta stessa, cioè chiedersi se davvero la riduzione della spesa pubblica nell’ottica di raggiungere il pareggio di bilancio sia nell’interesse dell’Italia, o di qualsiasi nazione chiamata ad affrontare una grave crisi economica come quella che minaccia la società in questo momento.

L’esempio storico degli Stati Uniti

Per esaminare la questione sarà utile vedere come il Paese più forte a livello internazionale, gli Stati Uniti, ha sviluppato la propria economia e verificare se lo abbia fatto con una politica di bilancio rigorosa, evitando di “vivere al di sopra delle proprie possibilità”. Certo, oggi si parla di questo negli USA, dove il presidente Obama e i repubblicani sono d’accordo sul fatto che occorre tagliare, e litigano solo sul come e il quanto. Dopo aver rovinato l’economia produttiva con una politica che promuove le attività a breve termine, speculative, ora si chiede ai cittadini di stringere la cinghia. Il settore finanziario è stato rifinanziato a suon di trilioni dalla Federal Reserve, che si appresta ad aumentare ancora di più le immissioni di denaro nel sistema – iniezioni che non arrivano mai all’economia reale -, ma la popolazione deve accettare l’austerità, per “ristabilire la fiducia” dei mercati.

Non sorprende affatto che questa discussione avvenga nel momento in cui gli Stati Uniti si distinguono per un’economia disastrata: l’industria è crollata negli ultimi decenni, la disoccupazione e la povertà sono salite alle stelle, ed ogni investimento pubblico che potrebbe imprimere una svolta viene bollato come “intervento statale” che turba l’andamento naturale dell’economia. La discussione sui tagli alla spesa si accompagna perfettamente ad un’economia in declino; anzi, ne ha svolto un ruolo fondamentale nella sua creazione.

Esamineremo brevemente alcuni periodi della storia americana che insegnano molto sull’argomento: quello immediatamente successivo alla Guerra d’Indipendenza, il periodo della Guerra Civile, e soprattutto quello del New Deal negli anni Trenta. (quest’ultimo vide un aumento del debito pubblico del 100% circa in tre anni, portando ad una crescita economica senza precedenti) La decisione sovrana di aumentare gli investimenti da parte dello Stato non solo non ebbe effettivi negativi sull’andamento economico, ma pose le basi per l’espansione economica della nazione. Infatti senza le decisioni di questo tipo, da parte di Alexander Hamilton e George Washington, Abramo Lincoln e Franklin Delano Roosevelt, è più che lecito dire che gli Stati Uniti non sarebbero mai diventati la principale potenza economica mondiale. Peraltro, questa affermazione viene facilmente dimostrata in senso negativo: da circa quattro decenni la politica degli investimenti produttivi è stata abbandonata, e ora la traiettoria negativa degli USA è davanti agli occhi di tutti.

Hamilton, Lincoln e le infrastrutture

Dopo l’entrata in vigore della Costituzione americana nel 1789, il governo di George Washington si mosse velocemente per consolidare la nuova unione. Furono decisive le azioni del primo Segretario del Tesoro, Alexander Hamilton, che consolidò il debito di tutti gli stati a livello federale, e creò vari meccanismi per garantire gli investimenti nelle manifatture e nelle migliorie interne, cioè le infrastrutture. Oggi il nome di Hamilton viene invocato per sostenere la proposta di consolidare i debiti dei singoli Stati dell’UE a livello sovrannazionale; ma in realtà le linee guida delle istituzioni europee si fondano sulle regole liberiste, che vietano ogni forma di dirigismo industriale e garantiscono il controllo dell’elite bancaria internazionale, esattamente il contrario della promozione dell’industria da parte di Hamilton e di chi vedeva nella nuova nazione la possibilità di disfarsi finalmente delle oligarchie che bloccavano il progresso.

Hamilton trattò il debito pubblico non come un fardello da ripagare stremando la popolazione; la nuova nazione era già allo stremo grazie alla guerra e aveva bisogno di crescere rapidamente per garantire la coesione interna e respingere eventuali nuovi attacchi dall’esterno – come puntualmente verificatosi con la nuova invasione britannica del 1812.

Per raggiungere questi obiettivi Hamilton presentò le sue ragioni al Congresso e al pubblico, attraverso i suoi rapporti sulle manifatture, sul credito pubblico e sulla banca nazionale. Fissò un tasso di interesse per i creditori stranieri al di sotto del rendimento degli investimenti per la crescita della nuova nazione, nell’ottica di utilizzare i capitali dall’estero per gli scopi americani. Così facendo aumentò anche il debito pubblico, da 72 milioni di dollari nel 1790 a 78 milioni nel 1796; quasi il dieci per cento, ma un aumento in realtà contenuto, considerando i grandi passi mossi dagli USA in quei primi anni. La fazione interna che si rifaceva alle famiglie bancarie di Boston e New York, che non nascondeva la propria intenzione di mantenere una società agricola e aristocratica nella migliore tradizione dell’impero britannico, andò su tutte le furie, attaccando Hamilton in continuazione e denunciando l'”allarmante aumento” della spesa pubblica. Portavoce di questa linea fu Albert Gallatin, svizzero emigrato negli USA che riuscì a farsi eleggere alla Camera dei Rappresentanti, per poi diventare il Segretario al Tesoro sotto la presidenza di Thomas Jefferson.

Gallatin fissò come obiettivo primario la riduzione del debito pubblico, operando tagli massicci alle spese militari e a qualsiasi investimento interno che riuscisse a intaccare. Ridusse le spese del 46%, creando le condizioni in cui il Paese non riusciva a difendersi per esempio dagli attacchi dei pirati, manipolati dagli imperi coloniali che miravano a impedire il commercio e così a bloccare la crescita degli USA.

Per fortuna il presidente Jefferson ascoltò Gallatin soltanto in parte, dando vita ad un’espansione interna che contraddiceva gli stessi ideali della società agricola che andava predicando. La prima Banca Nazionale degli Stati Uniti, lanciata da Hamilton, lasciò il segno in termini di industria, strade e canali, garantendo un periodo di crescita che cominciò a rallentare soltanto dopo la rivincita dei liberisti, acceleratasi nei successivi decenni del1800.

Un secondo esempio dell’aumento della spesa pubblica per provocare la crescita ci viene da Abramo Lincoln. Chi segue le questioni monetarie sa che Lincoln stampò la carta moneta per finanziare la guerra dell’unione contro i secessionisti. Mentre gli economisti di oggi – e molti “appassionati” di questioni monetarie che si fanno attirare dalle teorie pro-imperiali della scuola austriaca – tendono a bollare ogni tentativo di aumentare la liquidità da parte dello Stato come inflazionistico e arbitrario, il fatto è che Lincoln creò i greenbacks (i dollari americani) non per tenere in piedi i finanzieri di Wall Street, come fa la Fed oggi, ma piuttosto per garantire la produttività economica che avrebbe permesso al Nord di vincere una guerra sponsorizzata da chi preferiva un modello feudale, contrario al benessere di tutta la popolazione. Ancora oggi molti economisti famosi non riescono ad accettare la realtà del dirigismo attuato con grande successo da Lincoln. Qualche anno fa, il premio Nobel Gary Becker riuscì addirittura a definire “sbagliata” la decisione di Lincoln di mettere i dazi sull’acciaio, che provocarono la crescita dell’industria siderurgica americana e crearono uno dei pilastri dello sviluppo degli USA nei decenni a venire. Evidentemente anche Abramo Lincoln dovrà adeguarsi alle teorie del free trade, per evitare di essere bocciato dai professori di oggi!

Roosevelt pone fine alla Grande Depressione

Il terzo e più diretto esempio di spesa pubblica produttiva come risposta alla crisi viene dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Il periodo degli anni Trenta è molto attinente alla situazione odierna, con il crollo del sistema speculativo, l’aumento della disoccupazione e una battaglia tra le istituzioni sovrane (o potenzialmente tali) e i finanzieri di Wall Street e la City di Londra. Ancora prima di insediarsi alla Casa Bianca, Roosevelt si rese conto dell’enormità della situazione e lanciò un piano di interventi pubblici senza precedenti. Dalla Works Progress Administration alla Civilian Conservation Corps, i programmi del New Deal diedero lavoro direttamente ad oltre 11 milioni di americani, lasciati senza nulla dal crollo repentino della bolla degli anni Venti. FDR riorganizzò il sistema bancario, affrontando di petto i banchieri e creando una base di sostegno tra la popolazione, che capì che soltanto lo Stato poteva agire per salvare la nazione. Firmò la legge Glass-Steagall, che stabilì la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, insieme ad una serie di nuove regole intese ad evitare che la finanza parassitaria riuscisse ancora a sfamarsi sulla pelle della gente normale.

Con la spesa pubblica Roosevelt diede lavoro a milioni di persone, intervenne per salvare e convertire le fabbriche che stavano per chiudere, costruì opere pubbliche che ancora oggi rappresentano dei punti di riferimento per il Paese.

Inoltre, i programmi federali per sostenere – e in certi casi per controllare direttamente – l’industria pesante permisero alle fabbriche americane di garantire le forniture necessarie per vincere la Seconda Guerra Mondiale. Infatti chi afferma che i programmi di Roosevelt non funzionarono e solo con la guerra gli USA uscirono dalla Depressione compie un errore cruciale: fu l’intervento statale sotto Roosevelt che permise al Paese di entrare in guerra e di vincere. Senza di esso la capacità produttiva sarebbe stata già persa, forse irrimediabilmente.

E per quanto riguarda il deficit, FDR lo fece aumentare in modo “spaventoso”: all’inizio degli anni Quaranta aumentò il debito pubblico di circa il 100% nello spazio di appena 3 anni, con un deficit medio di circa il 25% all’anno!

Alla fine della guerra il debito pubblico era di quasi il 122% del PIL. Gli investimenti avevano vinto la guerra e inaugurato un periodo di crescita che sarebbe durato per decenni. Per fortuna le regole dei monetaristi non valgono in caso di guerra; sarebbe ora di capire che lo stesso metodo può essere adottato oggi, ma piuttosto che fare la guerra dobbiamo combattere la povertà a livello interno e internazionale, ricostruendo le nostre infrastrutture e sviluppando i settori produttivi del futuro.

Oggi, le pressioni da parte dei mercati e delle istituzioni sovrannazionali sono fortissime. Non è permesso discutere della bontà degli assiomi assunti dall’UE, l’FMI, la BCE, e ripetuti in Italia da opportunisti ed ideologi in entrambi gli schieramenti. Tuttavia, basta poco per smascherare le teorie monetariste e liberiste; uno sguardo a qualsiasi periodo di crescita economica vera mostra che la “mano invisibile” porta i soldi nelle tasche di chi intende manipolare, speculare e dominare. L’alternativa alle oligarchie finanziarie risiede negli stati nazionali sovrani, che hanno il potere di creare la crescita economica in modo attivo. Gli strumenti sono le spese nelle infrastrutture, il progresso tecnologico e la promozione delle attività produttive. Non saranno i “mercati” a compiere questa opera sacrosanta per chi crede nel diritto di tutta la popolazione di sopravvivere e di progredire. Le previsioni del Trattato di Lisbona già codificano il liberismo europeo, ma evidentemente questo non basta per chi vede il sistema dell’euro sbriciolarsi; si teme che le nazioni decideranno di staccarsi dalla nave che affonda, tornando alle soluzioni che hanno chiaramente funzionato nel passato.

Il varo di un emendamento costituzionale che proibisca le spese in deficit sarebbe un grave passo ulteriore verso l’autodistruzione. Chi è onesto non può negare questa realtà, e i riferimenti alle teorie screditate che hanno provocato la crisi che stiamo vivendo rendono ancora più palese la contrapposizione tra chi lavora per aiutare il proprio Paese, e chi di fatto agisce come lacchè di un potere finanziario e geopolitico internazionale che mira a salvare se stesso sulla pelle degli altri.

Le misure da prendere per riorganizzare il sistema finanziario e rilanciare l’economia reale:

Glass-Steagall: ristabilire la separazione tra banche ordinarie e banche d’affari, ponendo fine ad ogni salvataggio del sistema speculativo e garantendo le risorse per la popolazione e per l’economia produttiva

Banca Nazionale: un istituto pubblico che promuova il bene comune senza condizionamenti dai centri finanziari sovrannazionali, attraverso crediti a lungo termine per lo sviluppo fisico dell’economia

Grandi progetti infrastrutturali: rinnovare e costruire nuove reti di trasporto, energia, acqua e tutte le infrastrutture su cui si basa il progresso della società, puntando sull’innalzamento del livello tecnologico dell’economia

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