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L’economia cristiana di fronte alla crisi: il conflitto stato-mercato

November 3, 2011

Cultura, Economia, Storia

pubblicato sul giornale locale dell’UDC di Chiari (BS)

Negli ultimi decenni si è assistito ad un progressivo indebolimento del ruolo dello Stato nell’economia. Ai tempi di De Gasperi, Vanoni e Mattei, quando la Democrazia Cristiana guidò la ricostruzione postbellica lanciando il miracolo economico italiano, lo Stato poté contare sulla possibilità di indirizzare le scelte strategiche e regolamentare il mercato per garantire sia gli investimenti produttivi sia la creazione di una rete sociale. E non lo si nascondeva: le partecipazioni statali sono state un aspetto fondamentale del sistema italiano per molti anni, fino a quando arrivarono i Britannia boys negli anni Novanta, inaugurando il nuovo corso di privatizzazioni, liberalizzazioni e austerità, con la scusa di creare la “seconda repubblica” e garantirsi la sicurezza partecipando alla corazzata della nuova moneta unica europea.

Nel frattempo dirigismo e statalismo sono diventate delle parolacce. Si inneggia al mercato libero e quando le grandi banche e finanziarie rischiano di fallire a causa dell’esplosione della bolla speculativa che loro stesse hanno creato, tocca ai cittadini dover pagare per tutti: i salvataggi a non finire portano via soldi ai servizi pubblici, allo stato sociale, e in modo particolare agli investimenti. Insomma, lo Stato serve solo quando c’è da tenere in piedi un sistema ormai decotto.

Di fronte a questa situazione si registra purtroppo una spaventosa convergenza destra-sinistra sulla necessità di piegarsi in continuazione ai diktat pro-mercato della BCE e dell’FMI. Di coraggio e lungimiranza nel mondo politico se ne vede ben poco, anche se tutti dovrebbero sapere come l’Italia è diventata un paese avanzato; non certo con le ricette della Goldman Sachs e compagnia bella.

Nel mondo della politica cattolica la questione di come affrontare la crisi si scontra con un problema particolare: è risorto il conflitto in merito al ruolo dello Stato. Parecchie persone si mobilitano in nome dei valori cristiani, ma troppo spesso si limitano ad una battaglia sulle questioni sociali tipo la scuola, l’aborto, la difesa delle tradizioni religiose. Quando si tratta di invocare un ritorno alle fondamenta della politica economica che ha funzionato così bene in passato, si presenta un grosso blocco: uno dei personaggi storici presi a riferimento per il movimento cattolico è allo stesso tempo il rappresentante di un’ideologia anti-stato. Si tratta del fondatore del Partito Popolare Don Luigi Sturzo.

La sfiducia di Don Sturzo verso lo Stato è comprensibile, considerando il tempo in cui visse e i danni per la libertà che giustamente vedeva (e sperimentava) nel regime fascista. Meno comprensibile invece è il tentativo di adottare la stessa ideologia nel periodo del dopoguerra, quando servì un forte intervento pubblico per la ricostruzione. Infatti Sturzo entrò in polemica con un altro politico cattolico importante, il sindaco di Firenze Giorgio La Pira.

La Pira aveva ben chiaro il problema del mercato lasciato in preda alla “mano invisibile” che ignorava i bisogni della gente e della nazione. Nel 1954 La Pira riceve una lettera dal cattolico liberista Angelo Costa, presidente di Confindustria all’epoca, nella quale si legge: “Con la carità, con l’amore del prossimo si può, si deve fare molto e tutti potremmo fare molto di più, ma in nome della carità non si può presumere di superare le leggi dell’economia”. Gli rispose il sindaco di Firenze: “Anche a Lei, caro dott. Costa, posso riferire le parole che ho scritto al conte de Micheli: Lei è rimasto alla “contemplazione” incantatrice dei “maestosi” anzi “divini” principi di Ricardo e di Smith! […] Si chiudono le aziende? Si disperdono preziose risorse produttive meccaniche ed umane? Si sgretola una intiera economia cittadina? Si mette la disperazione in migliaia e migliaia di famiglie? Niente paura! Tutti fenomeni che la “divina” meccanica di Bastiat ha già preveduti; tutto si assesta: lasciate che la meccanica economica – leggi divine! – svolga i suoi congegni e vedrete quali armonie si produrranno, davvero prestigiose e feconde”.

La Pira seguiva le orme di Roosevelt, che con il New Deal aveva tirato gli Stati Uniti fuori dalla Grande Depressione, senza alcuna reverenza verso i banchieri di Wall Street che preferivano mantenere un sistema in cui il potere dei pochi prevaleva rispetto al progresso dei molti.

Nel momento storico attuale è essenziale che il mondo cattolico faccia i conti con questa contrapposizione. Sono numerosi i liberisti che cercano di appropriarsi dei valori cristiani. Ma una visione chiara della società e della natura dell’uomo non può che confermare l’importanza dell’intervento pubblico nel garantire le precondizioni per lo sviluppo economico e culturale della popolazione. Occorre separare le banche commerciali da quelle d’affari (legge Glass-Steagall), e cioè le attività finanziarie ordinarie da quelle speculative, lasciando fallire la seconde senza chiedere salvataggi ai cittadini; serve il credito agevolato per chi produce, piuttosto che per chi gioca alla bisca dei mercati; occorrono infrastrutture moderne per assicurare efficienza e sviluppo, che richiedono investimenti a lungo termine, non in linea con i rendimenti immediati voluti dalle borse.

Oggigiorno criticando l’intervento pubblico non si inneggia alla libertà, ma ci si concede mani e piedi all’impero della finanza. E’ arrivato il momento di seppellire tale impero, e andare avanti forti e liberi.

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