L’importanza della sentenza della Corte Suprema USA sui dazi va ben oltre l’economia. È il primo fermo netto posto dalla massima corte all’espansione senza precedenti dei poteri presidenziali da parte di Donald Trump, che pur essendo atteso non era affatto scontato. Nel caso specifico dell’invocazione da parte della Casa Bianca dei poteri economici d’emergenza, era evidente che il presidente avesse oltrepassato la propria autorità, poiché il relativo atto legislativo non parla mai di dazi o tariffe; il potere di attuare misure simili resta del Congresso, nonostante la graduale erosione di questo principio negli ultimi anni.
Eppure una Corte Suprema composta da 6 conservatori, 3 dei quali nominati da Trump stesso, aveva dato poche indicazioni di voler fermare la marcia della teoria del cosiddetto “esecutivo unitario”, secondo cui il presidente avrebbe il controllo assoluto delle strutture del governo, senza possibilità di verifica da parte degli altri organi dello Stato. Nel 2024 i giudici avevano consacrato l’immunità del presidente per qualsiasi atto “ufficiale”, salvandolo dalle accuse di aver cercato di ribaltare le elezioni del 2020; e l’anno scorso avevano più volte sostenuto il presidente nella crociata contro la burocrazia dello Stato, permettendogli di licenziare i capi delle agenzie indipendenti create dal Congresso e di togliere le protezioni per i lavoratori federali.
Ora arriva il primo stop a questo processo, che conferma la tendenza nella società e nelle istituzioni di tentare di frenare le esagerazioni del presidente. Nelle elezioni locali e nei sondaggi i democratici volano, con uno spostamento delle preferenze di 10-15 punti in numerose parti del Paese. Nel Partito repubblicano cresce, seppur gradualmente, il disagio per il modo di operare di Trump, portando il Congresso a votare contro la Casa Bianca su temi come il caso Epstein, la sanità e i poteri di guerra. Mancava all’appello solo la Corte Suprema, che non aveva ancora deciso a che punto tracciare la linea nella sabbia di fronte alle forzature costituzionali.
La decisione è arrivata sui dazi e se ne attende un’altra sulla Federal Reserve: le indicazioni sono che l’indipendenza della banca centrale sarà considerata sacra, vietando la possibilità di licenziare la consigliera Lisa Cook in assenza di gravi motivi. In questo caso ciò che sperava Trump, ossia che i giudici da lui nominati lo avrebbero sostenuto sempre, non avviene. Infatti sui dazi 2 dei “suoi”, e 3 conservatori in totale, si sono aggiunti alle 3 progressiste in opposizione alla Casa Bianca: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett hanno seguito il capo della Corte, John Roberts (nominato da George W. Bush), nella sentenza scritta da Roberts per la maggioranza.
Una decisione di 6 a 3, tuttavia, dimostra che Trump non è al tappeto. Rimangono i conservatori di ferro – Clarence Thomas (nominato da Bush padre) e Samuel Alito (Bush figlio) – pronti a sostenere l’espansione dei poteri presidenziali anche quando significa cambiare, di fatto, la Costituzione. E un terzo, Brett Kavanaugh (Trump), che sceglie in base all’argomento. Significa che i cambiamenti istituzionali portati avanti da questa amministrazione non saranno fermati in toto. La Corte Suprema lascia molto spazio a Trump, più di quanto venga ritenuto accettabile dai tribunali minori, che hanno una composizione più equilibrata di giudici nominati da presidenti repubblicani e democratici. Fa capire, però, che al presidente non sarà permesso tutto: ci sono linee da non oltrepassare. È una buona notizia per la democrazia americana e anche per i partner internazionali. Da una parte perché un attore fondamentale nel sistema di pesi e contrappesi ha battuto un colpo forte; dall’altra perché, almeno in alcuni ambiti, l’amministrazione USA sarà costretta a lavorare in modo più ragionato per raggiungere i suoi obiettivi, quando legittimi, nel rispetto dei limiti costituzionali. Non è la fine del ciclone Trump, ma un momento importante per riaffermare gli equilibri istituzionali negli Stati Uniti.
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February 25, 2026
Economia, Politica