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Africa: tragedie v. sviluppo

May 13, 2015

Economia, Storia

(free) – di Nicola Oliva –

Le tragedie del mare ripropongono con forza numerosi problemi legati all’Africa, dalla collaborazione europea nella gestione degli sbarchi, alla situazione geopolitica in Libia, fino alla questione più generale delle politiche di cooperazione allo sviluppo.

L’opinione pubblica dibatte maggiormente di solidarietà interna all’Europa, concentrandosi sulle politiche di accoglienza e regolamentazione dei flussi migratori. L’altro lato della medaglia invece è la solidarietà esterna: le politiche per migliorare le condizioni di vita dei paesi africani stessi.

Per andare alla radice del problema immigrazione dobbiamo tornare indietro a decisioni di politica economica di molti anni fa, in quanto le grandi scelte di indirizzo influenzano la vita economica e sociale per i decenni a venire.

Guarderemo due esempi: prima il progetto idrico “Transaqua”, e poi un aspetto storico, tornando indietro addirittura a Franklin Delano Roosevelt (FDR).

Transaqua è il nome di una grandiosa infrastruttura multifunzionale per il continente africano, evoluzione di una ipotesi di progetto concepita nel 1972 dal Dott. Francesco Curato – all’epoca Amministratore Delegato di BONIFICA S.p.A. una delle più prestigiose Consulting Engineering del Gruppo IRI-ITALSTAT – che nel trentennio ’60 – ’90 sviluppò importanti attività all’estero.

Il progetto prevede la deviazione di una piccola parte delle acque del fiume Congo verso nord per rivitalizzare il Lago Ciad e per rinverdire la regione del Sahel, zona d’origine di grandi spostamenti verso l’Europa.

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[grafico: EIR]

In quegli anni l’Italia era all’avanguardia in questo settore, ma Transaqua incontrò enormi ostacoli al finanziamento, stretto nella morsa, da una parte, dei professionisti degli aiuti umanitari, dall’altra di interessi strategici volti al perseguimento di politiche malthusiane per il controllo delle materie prime.

Ebbene, nell’agosto 2013 rispondendo ad una interrogazione parlamentare, la Commissione europea ha respinto un tentativo di rilanciare il progetto Transaqua per il Sahel per questioni legate a non meglio precisati rischi ambientali.

Questo nuovo rifiuto sottolinea ancora una volta che per l’Africa insieme alla destabilizzazione politica vige la limitazione all’esercizio del diritto sovrano allo sviluppo economico. Negando la realizzazione di infrastrutture strategiche si tiene in scacco il Continente africano, costringendo tanta povera gente a scappare dalle loro terre.

L’altro esempio viene da più lontano, dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando il presidente Usa Franklin Delano Roosevelt promuoveva piani economici per trasformare aree povere che mancavano delle infrastrutture più basilari, dall’acqua all’energia elettrica. Oltre al famoso Tennessee Valley Authority (TVA), Roosevelt intendeva cambiare le cose anche in Africa e in Medio Oriente, mantenendo fede all’impegno di liberare dal colonialismo quelle terre, ancora oggi bloccate da multinazionali e regimi dittatoriali.

Sorvolando a bassa quota l’Arabia Saudita FDR rimase colpito dalla desolazione di quei terreni aridi. L’ingegnere dell’esercito che viaggiava con lui gli spiegò che non vi era acqua a sufficienza per irrigare la pur fertile terra, anzi in verità ce n’era di acqua, ma si stimava di trovarla a circa 50 piedi (15 metri) sottoterra.

Balenò in un lampo nella mente del Presidente l’idea di estrarre acqua con delle buone pompe Worthington così da permettere di irrigare i campi di notte. Alla prima occasione Roosevelt ne volle parlare di persona con il re dell’Arabia Saudita per offrire tutta la sua collaborazione. Ma Re Ibn Saud non se ne curò: “Sono un vecchio uomo, l’agricoltura non fa per me. Forse mio nipote se ne interesserà quando andrà al potere”.

(Tratto dal libro di memorie The Roosevelt I knew di Frances Perkins, ministro del lavoro degli Stati Uniti dal 1933 al maggio 1945)

Peccato che Roosevelt sia morto nel 1945 e non poté seguire il processo di pace.

Riportando il discorso ai nostri giorni, vediamo anche che l’assenza di una politica di sviluppo per l’Africa si rispecchia nella politica economica europea. Nel mondo globalizzato vige la regola aurea del liberoscambismo: la perfetta mobilità dei fattori produttivi, dei capitali, delle tecnologie, della forza lavoro.

Uno degli effetti è che si crea una guerra tra poveri, basata su un ragionamento utilitaristico e spregiudicato in merito alla necessità di nuovi lavoratori per combattere l’invecchiamento della società europea. Si dice che serve forza lavoro giovane e motivata che svolga i lavori umili e sottopagati e che faccia la sua parte nel versare i contributi previdenziali per corrispondere le pensioni agli italiani, che progressivamente invecchiano.

Dunque non solo si impoveriscono ulteriormente gli stati africani, in quanto fuggono le teste migliori e la forza lavoro giovane, ma si favorisce la deflazione salariale mettendo gli immigrati in competizione con gli oltre 24 milioni di disoccupati qui in Europa, sempre negando gli investimenti pubblici che servirebbero da traino per una crescita economica sana.

Potremmo arrivare a sostenere che si sta operando in contrasto con il principio del “vantaggio dell’altro”, fissato fin dalla pace di Westfalia. Non si è lavorato per il miglioramento del tenore di vita degli stati africani, e allo stesso tempo non si lavora per migliorare le condizioni economiche e sociali in Europa.

Dinanzi a questo fenomeno che negli anni ha acquisito un carattere strutturale, nell’opinione pubblica degli stati europei – ed italiana in particolare – ha prevalso l’emotività ed un certo senso di colpa per le mancate politiche di promozione dell’Africa.

Il fatto è che nel discorso pubblico ancora si fatica a delineare un approccio razionale, che sgombri il campo tanto dalle posizioni xenofobe quanto da quelle all’insegna dell’Accogliamoli tutti, posizioni entrambe non soddisfacenti. Il rischio è che procedendo di questo passo si va ad alimentare delle tensioni sociali, che come spesso succede hanno la loro vera origine nella scelte politiche sbagliate a monte.

Video Rai sul progetto Transaqua

Intervista a Marcello Vichi ingegnere che per conto di Bonifica S.p.A. seguì il progetto Transaqua

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One Response to “Africa: tragedie v. sviluppo”

  1. Albert MAIRHOFER Says:

    eravamo in contatto per il progetto dell’idrovia dall’Adriatico al Danubio il canale transalpino. Ho ritrovato anche il Suo libretto “Logistica fluvio-marittima”. Ieri ho trovato uno studio suoi Navigli. Non sarebbe l’occasione di riprendere o organizzare qualcosa di simile sul collegamento attraverso le Alpi sul corridoio del Brennero, sempre anche in alternativa alla ferrovia Berlino-Palermo anche perché l’unico collegamento ferroviario sotto la Manica non era in grado di legare l’Inghilterra all’Europa. Una ulteriore linea ferroviaria, la fantasiosa Stoccolma-Palermo, con la galleria di base del Brennero – BBT – e il Ponte sullo Stretto di Messina per l’alta velocità e la Torino-Lione saranno tanto meno in grado di avvicinare l’Europa meridionale a quella settentrionale o quella occidentale alla orientale se sui tratti di accesso alle gallerie di base saranno posti oneri insopportabili.

    Ciò premesso continuo a proporre:
    – di utilizzare i fiumi Inn, Adige, Mincio e Po e il canale Mantova-Mare per l’Idrovia Danubio-Tirolo-Adria e realizzare l’unico collegamento possibile tra le vie di navigazione fluviale europee con il Mediterraneo per un trasporto merci più rispettoso dell’ambiente.
    – di gestire meglio le rotte di trasporto esistenti, per esempio, elettrificare autostrade e strade con il sistema di trasporto della monorotaia sospesa di cui su http://www.tirol-adria.com/projekt_c_it.html#3-1

    Il Mediterraneo tornerà ad avere più importanza anche per lo sviluppo dell’energia solare specialmente il fotovoltaico in Africa:
    In Etiopia inizia il riempimento del lago artificiale dietro la “Grande Diga del Rinascimento”, che crea diversi problemi anche internazionali. Quello principale è il timore della diminuzione dell’acqua defluente dal lago a causa dell’evaporazione alla superficie del Lago. Una soluzione sarebbe la copertura con pannelli fotovoltaici galleggianti su superfici d’acqua di serbatoi aperti come menzionato su http://www.tirol-adria.com C punto 2.1.4. Siccome il lago da riempire si trova vicino all’Equatore lo specchio dell’acqua avrebbe un soleggiamento maggiore delle nostre zone, comunque permetterebbe una produzione di elettricità molto, molto più alta dell’impianto idroelettrico stesso, circa 400 TWh, il fabbisogno di elettricità italiano.
    A questo proposito cito il libro di Anton Zischka “AFRICA – PRIMO COMPITO UNITARIO DELL’EUROPA”, scritto ancora prima dello sviluppo del fotovoltaico. L’autore cita il Presidente Generale del Marocco in questa maniera: “ Per noi, per l’Union Francaise, per l’Unione Europea, gli Urali sono l’Atlante, la Siberia è l’Africa”!

    E lo scrittore Hans Kronberger nel libro “Geht mir aus der Sonne” formula questo esempio:
    Un quadrato di 700X700 km (la superficie della Francia!) di fotovoltaico nell’Africa centrale sarebbe in grado di produrre l’intero fabbisogno di energia del mondo. Da ciò risulta che la superficie dell’Austria produrrebbe l’elettricità per il mondo!

    Ci si potrebbe chiedere: “Non sarebbe meglio di investire i soldi in Africa per opere utili che sperperarli per opere inutili in Europa?” L’innovazione sul campo della mobilità – il sistema della monorotaia sospesa per l’elettrificazione del trasporto sarebbe da seguire per far partire l’economia.

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