– di Paolo Balmas –
(foto non modificata: rawpixel)
Negli ultimi anni sentiamo parlare sempre più spesso di pagamenti e di valute digitali. La Cina è senza dubbio una delle economie più avanzate in questo ambito e ha sviluppato di recente una delle infrastrutture finanziarie più sofisticate per l’implementazione di una valuta digitale della banca centrale. Si dice spesso che in Cina il contante sia ormai scomparso e che senza uno smartphone per pagare qualsiasi cosa si rischi di trovarsi in difficoltà. Questo è vero solo in parte. Esistono negozi in cui si può ordinare e pagare esclusivamente tramite smartphone. Tuttavia, è ancora possibile vedere persone che utilizzano il contante: per esempio, per acquistare un giornale in un’edicola. E se si entra in una piccola trattoria a conduzione familiare e si ordina un pasto da 30 yuan (poco più di tre euro e mezzo), si può tranquillamente pagare in contanti. Nonostante la narrazione di una società “cashless”, la Cina continua a far funzionare la propria economia con il contante più di quanto si pensi. Tuttavia, l’uso del digitale si diffonde rapidamente in ogni settore e per ogni strato sociale.
Questo non vale per molti altri Paesi del mondo. Le economie europee, ad esempio, sono in ritardo. Gran parte dei Paesi africani si trova in una situazione analoga, se non peggiore. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando in Africa. Telefoni cellulari a basso costo stanno invadendo molti Paesi africani; non tutti e non con la stessa velocità, ma il cambiamento è in corso. Spesso si tratta di dispositivi basilari, privi di touchscreen, che consentono soltanto di effettuare chiamate e inviare SMS. Grazie a nuove soluzioni fintech, tuttavia, è possibile effettuare pagamenti tramite reti di messaggistica simili agli SMS. Questa pratica, semplice ma rivoluzionaria, ha cambiato la vita di milioni di persone. Si possono vendere prodotti nei mercati di strada senza il rischio di essere rapinati. La sicurezza è aumentata in molte città africane, soprattutto per le giovani donne e le madri. Aziende cinesi ed europee, insieme a organizzazioni multilaterali, hanno contribuito a rendere possibile tutto ciò. Il risultato è meno contante, più pagamenti digitali e maggiore sicurezza. Questo rafforza la narrazione positiva attorno al denaro digitale e a una rivoluzione che è solo all’inizio.
Se approfondiamo la questione, emerge che le aziende cinesi hanno contribuito in misura maggiore, perché hanno iniziato a fare ciò che gli europei per secoli non sono riusciti a fare, o hanno fatto solo in misura limitata: costruire infrastrutture in Africa. Le infrastrutture per le telecomunicazioni sono tra i fattori che hanno maggiormente trasformato le società africane, forse insieme ai sistemi fognari in molte città. Si è detto a lungo che la Cina non richiede trasformazioni politiche interne quando conclude un accordo commerciale, piuttosto costruisce infrastrutture. Il suo obiettivo è accedere a materie prime, metalli preziosi e idrocarburi. Questo approccio le ha garantito, agli occhi di molti interlocutori africani, un rispetto maggiore se confrontata alle controparti occidentali che hanno perso gradualmente il prestigio e la fiducia. Tuttavia, costruendo le infrastrutture che hanno poi reso possibile il progressivo passaggio verso un’economia meno dipendente dal contante in molti Stati africani, la Cina ha ottenuto molto di più, qualcosa che spesso resta nell’ombra: ha messo in discussione il potere del contante.
Per comprendere la profondità della sfida cinese all’Occidente in Africa, occorre fare un passo indietro. Molti Paesi africani, in quanto economie in via di sviluppo, non dispongono di banche centrali o zecche in grado di stampare banconote moderne. Non esiste Paese africano che non esternalizzi la produzione del contante a società specializzate europee o americane. Questo vale per molti Stati nel mondo, ben oltre l’Africa, ma il continente resta il meno avanzato sotto questo profilo. Un gruppo di aziende europee, spesso con competenze europee ma proprietà statunitense, detiene di fatto un quasi monopolio nella stampa di banconote per le banche centrali della maggior parte dei Paesi. I loro servizi richiedono macchinari litografici altamente sofisticati, oltre a carte e inchiostri speciali prodotti esclusivamente a tale scopo. Le loro competenze sono rare, le loro identità poco note al pubblico e il loro know-how è strettamente protetto per evitare contraffazioni. Affidarsi a queste aziende rappresenta, per molti Paesi, una questione di sicurezza nazionale.
Una volta pronti, gli ordini vengono spediti con convogli scortati. Se un convoglio non raggiunge la destinazione, le conseguenze possono essere disastrose: l’economia può rimanere senza contante. Nei sistemi basati sul contante, l’assenza di valuta fisica è profondamente destabilizzante. Sportelli bancari e bancomat non possono erogare denaro; le persone non possono prelevare né pagare cibo, medicine, carburante e beni essenziali. Se una di queste aziende europee non adempie agli ordini verso un’economia africana, le implicazioni vanno ben oltre una semplice controversia commerciale: si rischiano tensioni sociali. In altre parole, esternalizzare la produzione di contante può trasformarsi in un’arma contro il governo che ne dipende. Solo in un caso si è sostenuto che questa arma sia stata utilizzata per destabilizzare un regime africano: la Libia di Gheddafi nel 2011.
Non si vuole affermare che l’arma del contante sia stata utilizzata in altre occasioni. Ma guardiamo la questione da un’altra prospettiva. Ogni volta che è avvenuto un colpo di Stato, esso è stato sostenuto anche dalla disponibilità di contante proveniente dall’Europa. Il contante viene percepito come neutrale e anonimo, così come la finanza in generale. L’idea dominante è che il denaro non guardi in faccia la politica: le persone devono consumare per sopravvivere. Eppure, la minaccia latente rimane. Molti Paesi africani hanno una pistola puntata alla testa: non è il debito, è il contante. E questo non riguarda solo l’Africa. Durante le recenti turbolenze a Kyiv nel 2014 e a Teheran negli ultimi giorni, le persone non sono riuscite ad accedere al proprio denaro: banche e bancomat erano chiusi. Non si sostiene che l’arma del contante sia stata usata in questi casi, ma la domanda sorge spontanea: quando è iniziata la carenza di contante? E, a dire il vero, non sappiamo nemmeno chi produca e consegni il contante in questi due Paesi.
È comprensibile che le persone sviluppino un profondo senso di ingiustizia quando non possono accedere ai propri risparmi, guadagnati con tempo e fatica. Quando questa ingiustizia viene percepita, si sprigiona una forza primordiale. Carlo Levi, raccontando gli scioperi dei minatori di zolfo nella Sicilia dei primi anni Cinquanta, descrive come gli operai arrivarono a rischiare la vita quando il proprietario della miniera si rifiutò di pagare coloro che avevano interrotto il lavoro per recuperare il corpo di un compagno morto sotto un crollo. Rifiutò anche di pagare alla vedova le ultime ore lavorate il giorno della morte. Un senso ancestrale di ingiustizia trasformò i minatori in una forza collettiva determinata, condannando il comportamento inaccettabile del padrone. La psicologia del denaro è profondamente radicata nell’intimità delle relazioni umane e della vita sociale; per questo il denaro è intrinsecamente politico. Altro che neutrale. Il contante digitale è destinato a trasformare il rapporto tra esseri umani e denaro, rendendolo ancora meno comprensibile, intrappolato nel labirinto del digitale. Ma questa è un’altra storia. Qui interessa capire come il digitale stia modificando la storica condizione di dipendenza dei Paesi africani.
La mancanza di piena autonomia monetaria in Africa è nota. La governance macroeconomica dipende fortemente dal dollaro statunitense. La vita economica quotidiana, invece, dipende in larga misura dalla gestione del contante fisico e dal suo valore, a sua volta legato all’andamento del dollaro, poiché in molti casi le valute locali sono ancorate rigidamente alla valuta americana secondo le classificazioni del Fondo Monetario Internazionale (hard peg). Gestire la quantità di contante significa aumentare il volume di valuta in circolazione, che si accumula progressivamente e in modo diseguale nell’economia e viene quindi sottratta all’uso immediato, mentre una parte confluisce nei mercati neri o informali. Di conseguenza, l’offerta effettiva di contante resta costante. In generale, il tasso di crescita dell’emissione di banconote nei Paesi africani è significativamente più alto rispetto alle economie europee. Per esempio, nel 2024 lo stock di banconote è cresciuto del 14% in Uganda, mentre nell’Unione europea la crescita è stata tra il 2% e il 3%.
Nonostante la digitalizzazione degli spazi finanziari quotidiani, l’uso del contante continua ad aumentare e le proiezioni indicano che nei prossimi anni le aziende che stampano banconote riceveranno sempre più ordini. Mentre l’Europa, e in particolare la Germania, attraversa una fase di recessione, il resto del mondo è in crescita, soprattutto le economie in via di sviluppo. In questi contesti, la domanda di contante si manifesta più rapidamente rispetto alla digitalizzazione dei sistemi di pagamento. Questa dinamica alimenta la vulnerabilità. Spiega anche perché molti Paesi cerchino di acquisire capacità domestiche di produzione di banconote, spesso con l’assistenza di imprese europee. In sintesi, l’era della leva geopolitica del contante non è finita, ma è entrata in una fase di trasformazione. Il fattore che ha incrinato il tradizionale equilibrio del controllo esterno occidentale sulla produzione di valuta fisica è stata la Cina.
È difficile valutare quanto vi sia di strategico nelle scelte cinesi in questo ambito. Di fatto, però, il sostegno allo sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazione nei Paesi africani ha prodotto proprio questo risultato: la creazione delle basi per la digitalizzazione dei sistemi di pagamento. Nel breve periodo ciò ha semplificato in modo tangibile la vita economica quotidiana. Nel lungo periodo, tuttavia, contribuisce a una forma di decolonizzazione, a un’emancipazione dai vincoli postcoloniali occidentali, attraverso la fornitura di infrastrutture e la diffusione di telefoni cellulari a basso costo.
A prima vista, questi accordi non sembrano generare una leva geopolitica immediata. Esiste però un’altra dimensione da considerare: l’archiviazione e la governance dei dati. In queste nuove infrastrutture si celano vulnerabilità analoghe a quelle del passato. Non sorprende quindi che stia emergendo una competizione geoeconomica in questo ambito, destinata probabilmente a tradursi in nuove forme di leva geopolitica. Ciò che sta avvenendo è uno spostamento dalla vulnerabilità legata al contante fisico a una dimensione digitale di esposizione esterna capace di condizionare molte economie africane.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese qui:
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February 25, 2026
Economia